
Questo articolo è stato redatto totalmente o con il supporto dell'Intelligenza Artificiale.
È una lotta che domina l’ambito dei rapporti interpersonali familiari e professionali e che si estende a ogni latitudine, al di là di meridiani e paralleli e di culture diverse. Agisce in qualunque età e strato sociale, in ufficio, a casa, fra i parlanti che affollano le aule scolastiche o accademiche, allo sportello di un ufficio, in coda davanti alla cassa di un supermercato. Se non viene armonizzata attraverso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva intrapersonale e interpersonale, può creare situazioni scomode o addirittura pericolose. Se si accetta la falsa credenza che per avere successo nella vita conti più la competizione che la cooperazione, può creare dinamiche perdenti nei singoli, nelle comunità, in intere regioni e paesi. Può essere fraintesa attraverso i messaggi trasmessi dagli sport violenti basati sulla forza e la sopraffazione, capaci di scatenare negli spettatori gli istinti aggressivi repressi, o assimilata dalla visione di film e videogiochi che spacciano per eroi personaggi votati al sangue, alla rabbia e alla vendetta. Inoltre può attivare la dinamica dei neuroni-specchio, oggi molto studiata dalla comunità scientifica per quella pericolosa caratteristica del cervello umano che non sa distinguere una scena che avviene nella realtà ordinaria da una visualizzata al cinema o su un dispositivo digitale.
Si tratta dell’eterna lotta fra i diversi ruoli che determinano la natura degli stati mentali e dei rapporti interpersonali fra i membri della famiglia umana. Il termine di “famiglia” è più appropriato che mai poiché tutto si gioca nella complessa arena dei rapporti fra Genitore-Bambino-Adulto. Quest’area della comunicazione verbale è studiata dalla psicologia transazionale, mettendo in luce questi tre ruoli quasi sempre inconsapevoli ma nocivi per la comunicazione e lo sviluppo umano se esperiti nel modo sbagliato. Quando due persone si parlano, afferma Eric Berne, il creatore del metodo, è come se sei persone stessero interagendo fra loro.

Ognuno degli stati mentali di chi parla può rivolgersi a uno qualunque degli stati mentali di chi ascolta. L’interlocutore ovviamente può fare altrettanto, il che dà luogo a nove possibilità per chi parla e nove per chi ascolta. Questo spiega perché lo stesso messaggio può assumere una valenza diversa e un certo significato in base sia al tipo di disposizione mentale dalla quale chi parla lo invia, sia in base al tipo di disposizione mentale dalla quale chi ascolta lo recepisce. Per esempio, immaginiamo un rimprovero fatto da un capo a un dipendente:
Capo (G) “Lei non ha finito di compilare la statistica che le era stata assegnata”.
Dipendente (B): “Se lei mi aiutasse, potrei farlo”.
Questo è uno schema complementare, in cui chi parla e chi risponde lo fa da stati mentali simili o complementari (in questo caso, genitore-bambino e bambino-genitore). Tuttavia può attuarsi uno schema conflittuale caratterizzato da stati mentali contrastanti come questo, sempre del tipo genitore-bambino dato dal rimprovero del capo, accompagnato da risposta bambino-genitore, dato dalla ritorsione del dipendente:
Capo (G): “Se lei tenesse un archivio più organizzato, troveremmo subito i dati utili per la statistica!”.
Dipendente (B): “Se lei acquistasse uno schedario più adatto, anche lei saprebbe trovarli rapidamente!”
Nel caso seguente si realizza invece uno scambio di messaggi di tipo correttivo, perché il ricevente si sposta in uno stato mentale migliore di quello di chi ha inviato il messaggio:
Capo (G): “Lei dovrebbe sbrigarsi, perché così non ci siamo proprio”.
Dipendente (A): “Avrei bisogno di accedere al libro mastro: potrei consultarlo?”
In questo caso si dimostra la grande utilità dell’analisi transazionale, che non solo sottolinea la capacità di portare la consapevolezza nella conduzione della transazione fra gli stati mentali dei due parlanti, ma promuove anche la preziosa capacità di arrivare a esercitare un controllo razionale dei propri stati mentali, sia prima che soprattutto durante ogni scambio verbale.
Va ricordato che la comunicazione interpersonale sul piano professionale e privato è scandita anche da fattori di tipo interculturale. Per esempio, un “Sì’” o un “No” in risposta a un’offerta d’affari non hanno lo stesso valore in Giappone o negli Stati Uniti d’America. Vi sono infatti culture ad alto contesto culturale e a basso contesto culturale. Il concetto di “alto” e “basso” non si riferisce affatto allo spessore culturale bensì al peso delle parole e al senso degli enunciati rispetto al contesto in cui vengono pronunciati. Per esempio, un manager statunitense (una cultura a basso contesto dove le parole contano di più del contesto esterno) che legge in senso letterale un “sì” detto da un manager giapponese (cultura ad alto contesto dove il contesto conta più delle parole), potrebbe tendere a interpretare quel “sì” come un assenso, cosa che però non dovrebbe dare per scontata, poiché interagisce con una cultura orientale, dove il “sì” può voler nascondere una convenzionale ritrosia a rispondere con un secco “no”. Da qui la grande popolarità dei corsi di formazione sulla comunicazione interculturale pensati appositamente per i manager internazionali, entrati in auge fin dagli anni Ottanta, al fine di scongiurare equivoci e perdite di tempo e denaro nella conduzione di trattative d’affari solo apparentemente potenziali ma in realtà condannate al fallimento. Ricordiamo, fra i paesi con culture ad alto contesto, paesi come l’Italia, il Messico o la Spagna e così via, e d’altro lato le culture a basso contesto come quella tedesca, norvegese, americana, e così via). Ricordiamo anche quanto sia importante saper interpretare correttamente il linguaggio non-verbale che accompagna i nostri scambi linguistici. La gestualità, la mimica facciale, il tono di voce costituiscono una parte preponderante della comunicazione rispetto alla parola, relegata a percentuali minime di impatto.
In conclusione, un mini-decalogo da tenere sempre presente potrebbe configurarsi così: Sii consapevole dello stato mentale dal quale stai per parlare al tuo interlocutore; Controlla il tuo stato mentale a livello razionale mentre parli; Se interagisci con persone di un’altra cultura sii sempre pronto a cogliere i loro segnali non-verbali e a chiarire il significato delle tue parole. E non sarebbe male nemmeno farlo con le persone a cui tieni di più nella vita, per vivere una comunicazione meno inconsapevole e stressante, più serena e informata.

Autrice, docente, formatrice di formatori, si è specializzata in didattica delle lingue, con un focus sull’insegnamento dell’italiano a stranieri e in percorsi CLIL di educazione linguistica e educazione affettiva (Social and Emotional Learning). Fra le sue esperienze professionali si contano docenze presso università in Stati Uniti, Belgio e Italia e la formazione e supervisione come Italian Curriculum Consultant preso lo State Education Department di New York. Ha curato la condirezione di programmi Study Abroad in Italia ed è cofondatrice di associazioni educative olistiche (Villaggio Interculturale/Cross-Cultural Village; e Scuola del Ponte dell’Arcobaleno di Firenze). Continua a svolgere un’intensa attività editoriale come autrice di saggi e di numerosi articoli accademici su linguistica applicata, glottodidattica, metodi didattici innovativi e come traduttrice editoriale. Pubblica poesia. I suoi progetti rappresentano un approccio olistico alla glottodidattica e alla formazione, con un modello educativo che integra lingua, contenuto, competenze socioemotive e apprendimento esperienziale, mirando sia allo sviluppo individuale degli studenti sia al rafforzamento della professionalità dei docenti con un approccio centrato sull’apprendente e sull’interazione tra conoscenza, emozioni e creatività.
