Il referendum avrebbe dovuto recidere proprio questa mala pianta: il paradosso di un ordinamento che preferisce rischiare l’incolumità di un innocente pur di non intaccare la sacralità formale del giudizio, dimenticando che una legge incapace di proteggere i propri figli dalle belve ha già firmato la sua condanna alla resa morale.
Tre succhi di frutta, uno all’uva e due ai frutti di bosco, erano l’intero peso dell’universo per una ragazzina di tredici anni sbalzata d’improvviso nella penombra di un minimarket di Madonna di Campagna, a Torino, ignara che in quella manciata di metri quadrati il contratto di tutela tra l’uomo e i suoi figli fosse stato strappato e buttato al macero. Il pugno arrivato subito dopo non ha colpito solo lei, trascinata nell’angolo cieco tra due scaffali mentre l’aria le si piantava in gola come vetro tritato, né si è fermato al terrore di un’altra donna aggredita appena quaranta minuti prima nella stessa traiettoria di cieca impunità: quel pugno ha continuato a viaggiare fino a sfondare la porta di un’aula di tribunale dove la parola «dispiaciuto», pronunciata da chi si avvaleva della facoltà di non rispondere, si è trasformata in un passepartout burocratico capace di spalancare le porte del carcere e restituire l’aggressore alla strada del paese che l’ha ospitato, lasciando la vittima a soffocare nel proprio vomito con la sensazione devastante di essere stata masticata e sputata due volte, prima dalla violenza bruta di un uomo e poi dal gelido automatismo di una firma penale.
Negli occhi sgranati e traditi di quella bambina non c’era il codice penale né la brama di vendetta, ma l’urlo muto di chi scopre che gli adulti hanno costruito un labirinto di formule dove l’incolumità di una carne fragile pesa meno di una formula di rito, una finzione in cui il dolore reale viene liofilizzato per far posto all’assurdità di un perdono d’ufficio che agisce come una mazzata sui denti della giustizia stessa. Questa non è semplice cronaca nera, è la radiografia di una civiltà che ha subito un’amputazione al cervello emotivo: la sociologia vi leggerebbe il precipitato più tossico della modernità, un sistema in cui persino il trauma e la carne lacerata vengono ridotti a spazzatura contabile, mentre il disincantamento burocratico teorizzato da Max Weber e la reificazione dell’anima denunciata da Theodor Adorno si concretizzano nella totale indifferenza di un ingranaggio che protegge il proprio funzionamento formale anziché la sostanza della vita umana, sprofondando in un’anomia morale in cui la società abdica al suo unico dovere primordiale, ovvero fare da scudo ai propri cuccioli.
Se la mente pura e la psicoanalisi di Jacques Lacan dovessero vivisezionare questa catena di montaggio della svalutazione, vi scorgerebbero la dinamica spietata dello “stadio dello specchio” infranto, un meccanismo psicotico in cui l’altro smette del tutto di essere un soggetto per diventare un puro oggetto di scarico pulsionale o una pratica da archiviazione rapida; una rimozione totale dell’empatia che, tradotta nella matematica oggettiva della coscienza, rappresenta la violazione dell’unico assioma universale su cui si regge la specie, ovvero che azzerare la percezione della sofferenza altrui equivale a dividere l’equazione dell’esistenza per zero, producendo un risultato mostruoso e non ammissibile. L’essere umano fallisce, si imbestialisce e torna belva nell’esatto momento in cui sostituisce il sangue e la paura dell’altro con il cavillo del proprio assolvimento, sancendo un principio orribile per cui quando un’ideologia, una fede o una semplice assenza di coscienza arrivano a disarmare la mano della protezione per stringere quella del carnefice, l’umanità stessa si squarta da sola, rivelando che il vero mostro non è solo chi aggredisce nell’ombra degli scaffali, ma l’illusione di una legge che ha smesso di sentire il battito del cuore per ascoltare soltanto il rumore secco dei propri timbri.
Se il valore della percezione oggettiva dell’Altro viene posto uguale a zero per cecità impulsiva, dogmatismo ideologico o vuoto morale, qualsiasi interazione sociale genererà un risultato matematicamente non ammissibile nell’insieme dei reali della convivenza.
Il referendum avrebbe dovuto recidere proprio questa mala pianta: il paradosso di un ordinamento che preferisce rischiare l’incolumità di un’innocente pur di non intaccare la sacralità formale del giudizio, dimenticando che una legge incapace di proteggere i propri figli dalle belve ha già firmato la sua condanna alla resa morale.

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
