Dall’antica Grecia il teatro aveva un ruolo civico e religioso: nell’anfiteatro, costruito a semicerchio per includere lo spettatore, era il coro a guidare il pubblico con la sua voce, a tenerlo dentro l’azione, non fuori. Dal Medioevo il teatro diventa popolare, di tutti, nelle piazze; ma è con il Rinascimento che qualcosa si rompe: lo spettatore comincia a guardare dal di fuori, separato da una cornice che prima non esisteva. È proprio questo passaggio da un pubblico incluso a un pubblico che osserva da fuori, il punto da cui parte il confronto con i Negramaro: perché quello che fanno loro, in un concerto, è tornare indietro, riportare lo spettatore dentro il cerchio.

Innanzitutto per la figura di Giuliano Sangiorgi, la cui voce diventa colore, rafforzata dalle parole delle sue canzoni. Non sono solo canzoni d’amore: sono storie, pensieri sociali, ricordi di persone care che si vorrebbe far tornare indietro. Ed è per questo che entrano nella vita delle persone e il concerto dei Negramaro al Teatro al Castello di Roccella Jonica diventa un vero e proprio rito collettivo. Non si va ad ascoltare, si va a rivivere qualcosa insieme a migliaia di altre persone.

Bisogna aggiungere però che lui non è solo voce, ma anche movimenti del corpo, empatia col pubblico, la modalità con cui suona, i suoi racconti e i suoi occhiali neri, che gli permettono di “bucare” la cornice ed essere lui e il pubblico una cosa sola. È un oggetto piccolo, quasi banale, e invece fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare una maschera: invece di separare, unisce, invece di creare distanza, la cancella.

Possiamo però dire che anche il resto dei membri del gruppo ha una sua presenza e una sua azione, e che è Giuliano insieme a loro a rendere il tutto emozione e partecipazione allo stato puro. Non è un one-man show: è un corpo unico che si muove sul palco, ognuno con la propria voce dentro la voce di tutti proprio come il coro tragico, che non era mai un semplice sfondo, ma parte viva dell’azione.

E poi ci sono le luci, che nei loro concerti non sono mai solo un contorno tecnico: sono parte del racconto. Si accendono e si spengono seguendo l’emozione della canzone, non il contrario è la luce che segue la voce di Giuliano, non la voce che si adatta a un’illuminazione già decisa a tavolino. Nei momenti più intimi il palco si restringe, quasi si spegne, e resta solo lui illuminato: è lì che il pubblico smette di essere folla e torna a essere, uno per uno, persona. Poi arriva l’esplosione, il buio che si rompe tutto insieme, e la stessa folla torna a essere corpo unico. È teatro allo stato puro: uno spazio che si allarga e si restringe, che include ed esclude, esattamente come faceva l’anfiteatro greco con il suo semicerchio.

Anche la scaletta stessa è teatro: non è mai una lista di canzoni in fila, ma una drammaturgia, con un climax che si costruisce e un momento in cui tutto esplode insieme, pubblico compreso che canta, che diventa parte dello spettacolo e non semplice spettatore. Il teatro antico nasceva per includere chi guardava, non per tenerlo fuori. Poi, nei secoli, quella distanza si è ricreata, ed è rimasta. Un concerto dei Negramaro è, in fondo, il tentativo di romperla di nuovo: la voce di Sangiorgi, i suoi occhiali, il gruppo che si muove come un coro, le luci che respirano insieme alla musica, tutto lavora nella stessa direzione, quella di riportare il pubblico dentro il cerchio. Non si assiste a un concerto dei Negramaro: lo si vive insieme, come si viveva un tempo un rito.

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