Una sala piena, attenta, silenziosa nei momenti che contavano. Così si è presentato ieri mattina l’Auditorium Angelo Frammartino di Caulonia per la Giornata in memoria degli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento tedeschi, organizzata dall’Asessorato alla Cultura Comune di Caulonia insieme alla sezione di Reggio Calabria dell’Associazione Nazionale Ex Internati. Una partecipazione ampia e sentita, che ha visto accanto ai cittadini le studentesse e gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Falcone–Borsellino” e del Polo Tecnico Professionale “Dea Persefone – Zanotti Bianco”, accompagnati dai loro docenti, e le delegazioni di tutte le forze dell’ordine presenti sul territorio: Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Polizia Municipale. Una presenza corale che ha dato alla mattinata il senso di una comunità intera raccolta attorno alla propria memoria.

Ad aprire i lavori e a moderarli è stato il vicesindaco e assessore alla Cultura Giovanni Maiolo, che si è rivolto subito ai ragazzi che riempivano la platea: «Una giornata della memoria senza giovani rischierebbe di essere soltanto una commemorazione; con voi diventa una consegna, un testimone che passa di mano». Maiolo ha voluto sottolineare anche il valore del luogo, l’auditorium intitolato ad Angelo Frammartino, «un giovane cauloniese che credeva nella pace e nell’incontro tra i popoli», definendolo «il luogo giusto per parlare di uomini che, ottant’anni fa, hanno scelto di dire no».
Il vicesindaco ha ripercorso la vicenda degli oltre seicentomila soldati italiani che, dopo l’8 settembre 1943, disarmati dai tedeschi in Italia, nei Balcani, in Grecia e in Francia, rifiutarono di continuare a combattere a fianco di Hitler e della Repubblica di Salò, scegliendo la deportazione nei lager del Terzo Reich. Un rifiuto ripetuto mese dopo mese, «con la fame, il freddo e il lavoro forzato come argomenti», e reso possibile, dal lato dei carnefici, da una parola costruita apposta: «internati militari», un’etichetta scelta per sottrarli alla Convenzione di Ginevra e alla protezione della Croce Rossa. Decine di migliaia non fecero ritorno, e chi tornò trovò spesso il silenzio. Eppure, ha ricordato Maiolo citando Alessandro Natta, anch’egli internato, fu «l’altra Resistenza», una Resistenza senza armi, a cui presero parte anche tantissimi figli del Sud, della Calabria e della Locride: «contadini, braccianti, operai in divisa, ragazzi di vent’anni che sapevano riconoscere la differenza tra la dignità e la servitù».
Nel ringraziare i relatori, Maiolo ha legato ciascuno di loro a un pezzo di questa memoria: la scuola come «primo presidio della Costituzione», l’ANPI e l’ANEI come custodi della storia della Liberazione e dei lager, il Terzo settore come luogo in cui la Costituzione si mette in pratica ogni giorno. E ai ragazzi del Polo professionale ha rivolto un pensiero particolare: “gli internati furono costretti a lavorare come schiavi nelle fabbriche e nelle miniere del Reich, mentre la nostra Repubblica «si dichiara fondata sul lavoro. Sul lavoro libero, dignitoso, giustamente pagato. È una conquista che dobbiamo a chi ha detto no”.
Il passaggio più intenso è arrivato quando il vicesindaco ha parlato direttamente agli studenti. «La storia è lo strumento che ci permette di riconoscere le cose quando ritornano», ha detto, richiamando le parole di Primo Levi: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Gli internati, ha ricordato, avevano più o meno l’età dei ragazzi in sala, molti erano cresciuti dentro il fascismo e non avevano conosciuto altro, eppure nel momento decisivo seppero disobbedire a un ordine ingiusto: «L’obbedienza non è sempre una virtù, e a volte la cosa più coraggiosa che una persona possa fare è rifiutarsi di stare dalla parte sbagliata, anche quando costa, anche quando si è soli».
Lo sguardo si è poi spostato sul presente: le reti giovanili neonaziste colpite in Germania, il raduno convocato in Trentino, i saluti romani, i cori fascisti, fino all’episodio di pochi giorni fa a Siderno. E una riflessione sul linguaggio, perché come Hitler inventò la parola «internati» per togliere diritti, così oggi certe parole servono a disumanizzare chi fugge da guerre e fame. «Non è la stessa cosa dei lager, e non dobbiamo mai banalizzare la storia – ha precisato Maiolo – ma il meccanismo che comincia togliendo un nome e un diritto a qualcuno è lo stesso». Da qui il richiamo alla Costituzione, scritta «anche da chi era tornato dai lager», e a Caulonia, un paese che «ha scelto da tempo da che parte stare: dalla parte dell’accoglienza, della giustizia sociale, della pace». Poi il congedo rivolto ai giovani: «Il loro no adesso è affidato a voi. Custoditelo, e quando serve, abbiate il coraggio di pronunciarlo».
Dopo il saluto del sindaco Francesco Cagliuso, sono intervenuti i dirigenti scolastici Lucia Pagano e Patrizia Circosta, il giornalista Ilario Camerieri, promotore della giornata, che ha accompagnato la platea nella ricostruzione storica della vicenda, e Stefano Amato dell’ANPI. Particolarmente toccante il messaggio inviato da Maria Paola Sorace, presidente della cooperativa Pathos, impossibilitata a partecipare di persona, che ha affidato al convegno il ricordo dello zio Cesare Sorace, cauloniese, «un uomo semplice, umile e grande lavoratore». Dopo aver combattuto in Albania, Dalmazia e Jugoslavia, dopo l’8 settembre fu internato in un campo tedesco in Montenegro; a fine guerra, con il campo conquistato dai titini, venne trattenuto come ostaggio per circa due anni. Il sindaco di allora, Pasquale Cavallaro, scrisse per attestarne l’antifascismo, ma quella lettera fu manipolata e al suo posto venne liberato un altro militare. «Mio zio, come tanti altri, preferì subire le torture e le privazioni dei lager piuttosto che piegarsi al nazismo – ha scritto Sorace –. Con il loro coraggio, quegli uomini non si limitarono a subire la storia: contribuirono a scriverla».
La presidente di Pathos ha ringraziato in particolare Camerieri per il lavoro di ricerca dei nomi degli internati, e ha collegato quella memoria all’impegno quotidiano della cooperativa nell’accoglienza, pur senza sovrapporre vicende diverse: nessuna persona, ha scritto, può essere ridotta alla propria condizione, perché prima di essere «un prigioniero, un profugo, un migrante o un numero» è «una persona, portatrice di diritti, di una storia e di una dignità che nessuno può cancellare». E ancora: «La democrazia non si difende soltanto quando i diritti vengono apertamente cancellati: si difende prima, quando qualcuno viene escluso, quando una minoranza viene indicata come colpevole o quando una discriminazione viene presentata come semplice buon senso». Il messaggio si è chiuso con un invito che è sembrato riassumere il senso dell’intera mattinata: «La memoria, se è davvero memoria, non ci lascia immobili. Ci chiede di vedere, di parlare e di agire».
A portare il contributo della cooperativa in sala è stato anche l’amministratore Cristiano Maria Fantò, mentre le conclusioni sono state affidate a Nicola Marazzita, presidente della sezione reggina dell’Associazione Nazionale Ex Internati, con cui la giornata è stata costruita.
A colpire, al termine dei lavori, è stato soprattutto l’atteggiamento degli studenti: attenti per tutta la durata degli interventi, coinvolti nei passaggi più legati alla storia del proprio territorio e ai volti di chi, da Caulonia e dalla Locride, finì nei lager per aver detto no. È forse questo il risultato più importante della giornata: aver consegnato a una nuova generazione una pagina di storia rimasta troppo a lungo ai margini della memoria pubblica, restituendo a quegli uomini, come ha detto Maiolo in apertura, «il posto che meritano».

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