La vicenda narrata nel libro di Giuseppe Gervasi, “Maria, una storia vera”, evidenzia uno spaccato d’ambiente, comune, più o meno, a tutti i paesi del Meridione d’Italia almeno fino alla metà del XX^ secolo, noto, pertanto, alla maggior parte di noi. Essa si svolge tra i paesi di Riace e di Stignano, ruotando intorno alla famiglia degli Ovralaz, di origine spagnola, notabili di Riace, ricchi possidenti terrieri con palazzi e castelli, abitati non solo dalla famiglia ma anche dalla servitù e garzoni. A Stignano, in seguito allo scoppio di fuochi d’artificio in casa Pucci, di una numerosa famiglia sopravvivono due sorelle, Rosa e Speranza, di cui la prima viene accolta, all’età di dieci anni, in casa Ovralaz a fare la dama di compagnia della padrona e, all’occorrenza, la serva. Lorenzo, uno dei figli dei padroni, che vede sbocciare sotto i suoi occhi attenti la giovane Rosa, ne coglie il profumo, facendo conoscere alla giovinetta “la bellezza e le sofferenze dell’amore”. Incomincia da questo momento una lunga storia d’amore segreto tra Lorenzo e Rosa, di cui nessuno avrebbe dovuto sapere l’esistenza. Non è, tuttavia, la solita storia di violenza, perpetrata con cieca prepotenza tra il forte “signurinu” e la debole popolana, concentrata nel detto paesano “A chjiusura du portuni, a serva è du’ patruni”. No, non è stato così! Si tratta, invece, di un reciproco romantico amore che sboccia con la consapevolezza della spontaneità dei sentimenti di entrambi i soggetti coinvolti e delle conseguenze che la loro unione avrebbe comportato nel prosieguo. Un grande amore segreto, quindi, che per salvare le apparenze, data la differenza dello status sociale tra i due, nessuno doveva scoprire. Nessuno, fin quando, loro malgrado, le condizioni di Rosa incinta non vengono notate e verificate dal medico Francesco, fratello di Lorenzo. Perché nessuno ne parli, Rosa si allontana dal palazzo, andando a vivere in una casa in affitto, dove nasce Maria, una bella bimba.

A questo punto tutti sanno; la notizia, infatti, circola di bocca in bocca nella discrezione generale, ma nessuno osa darla all’aperto e davanti alla famiglia Ovralaz, attribuendone la paternità a uno di loro. Noblesse obblige! Lorenzo, fedele a Rosa, le chiede di tenere la bimba, al cui sostentamento lui, segretamente, avrebbe provveduto. La piccola Maria, infatti, è una privilegiata dell’epoca, non essendo stata destinata, come tanti altri neonati di padri non tanto ignoti, a finire nell’Istituto del baliatico di Locri, dove confluivano i bimbi non desiderati di donne povere, frutto, in genere, di violenze da parte dei “signurini” del tempo, che, per evitare scandali in famiglia, imponevano alle povere donne di abbandonarli. Rosa, dunque, vive in casa d’affitto con la bimba, mentre Lorenzo al palazzo per ingannare la madre, che finge di non sapere ciò che è noto a tutti i familiari. Egli, però, raggiunge le sue donne, Rosa e Maria, di notte col suo cavallo, come un buon marito ed un buon padre, che non fa mancare nulla ai suoi cari.
Ed ancora sempre al fine di salvare le apparenze e per mascherare il loro rapporto, Lorenzo chiede a Rosa di sposare un altro uomo, come matrimonio riparatore, pur continuando lui a sostenere lei e la figlia, prima che lui si rechi a Napoli per studiare legge all’Università “Federico II”. In occasione della sua partenza, Lorenzo scrive una lettera alla madre, in cui dichiara di essere lui il padre della figlia di Rosa. La giovane ragazza-madre, a questo punto, si trasferisce a Reggio dove la figlia Maria frequenta le scuole dell’Istituto delle Immacolatine di San Marco, con spese sostenute con puntualità da Lorenzo. Terminati gli studi, lui torna a casa, da cui arriva a Reggio per incontrare Rosa, con la quale riprende i vecchi rapporti amorosi, in un albergo, lo stesso indicato nel biglietto trovato, dopo tanto tempo, tra le macerie del palazzo Ovralaz, distrutto da un incendio nel 1983. Lorenzo muore nel ‘69 e solo durante il lutto, a cui Maria viene ammessa, la gente, finalmente, non finge più, salutandola con riverenza, come l’erede di suo padre. Ci voleva la morte per fare crollare il muro delle apparenze agli occhi di tutti, soprattutto allo sguardo severo dei familiari di Lorenzo, dopo la cui morte, la figlia Maria, forte e coraggiosa, chiede per via legale al tribunale di Catanzaro che le venga riconosciuto il suo cognome, diritto cui gli altri eredi si oppongono. Ella vince la partita, ereditando gli averi del padre. Finisce, così, una storia fatta tanto di apparenze, oltre le quali un amore pulito e sincero ha continuato a vivere tra due persone di diversa estrazione sociale, a dimostrazione del dato che il vero amore non conosce ostacoli, steccati reali o fittizi che possano fermarlo. La storia, infatti, anche se “una rondine non fa primavera”, rappresenta, nella sua eccezionalità, la riabilitazione dei “signorini”, seriali conquistatori di donne di un tempo, nella maggior parte dei casi abbandonate assieme ai figli nati dal rapporto imposto. L’autore completa la vicenda narrata, collocandola accanto alle più importanti vicende storiche coeve ad essa, consentendo, in tal modo, al lettore un piacevole ripasso di sbiaditi argomenti scolastici di storia contemporanea.

Già docente di lettere negli Istituti Tecnici Rosa Marrapodi vive a Bruzzano Zeffirio dove è nata. Impegnata da sempre nel sociale alla passione per la poesia e la narrativa ha avuto quella per la politica concepita come impegno morale e civile al servizio della collettività. E’ stata la prima donna sindaco del suo paese eletta per due legislature direttamente dal popolo con la legge n° 81/1993. Nel 2002 il Consiglio Regionale l’ha eletta componente del “Progetto Donna”. L’Assessorato alle Pari Opportunità e l’A.C. “Anassilaos” di Reggio Calabria le ha assegnato la “Mimosa d’Argento 2024”. Ha vinto diversi premi di poesia e di narrativa nazionali e internazionali. Giornalista pubblicista. Ha pubblicato diversi libri di poesia e narrativa.
