«Mentre vai avanti nella vita, fratello, qualunque sia il tuo obiettivo, tieni d’occhio la ciambella, e non il buco» recita una poesiola anonima del Novecento, che in America si leggeva sulle scatole di un noto marchio di quei dolci. Una volta compresone il senso, questo vecchio proverbio ottimista non si dimentica facilmente, o così almeno è capitato a chi scrive, che non l’ha mai abbandonato. In tempi recenti ne aveva fatto il suo motto personale il compianto regista David Lynch, per esprimere la sua filosofia artistica, fondata sulla necessità di puntare lo sguardo sulla sostanza, non sul vuoto, di riconoscere ciò che è, non ciò che non è, di usare bene le risorse già esistenti e non di cercarne altre inesistenti.

Che attinenza ha tutto questo con il concetto di decadenza culturale, che oggi muove il mondo? L’attinenza c’è, perché parlare di decadenza culturale oggi significa tenere l’occhio puntato sul vuoto, su quello che non c’è, su ciò che non si ha. Per esempio, significa rimpiangere i modelli di famiglia divenuti obsoleti, in cui le figure materne avevano il ruolo di correggere con dolcezza e le figure paterne con fermezza, crescendo figli più equilibrati, con più sane regole e con meno concessioni, rispetto a quelle che i genitori e caregiver di oggi fanno per sfinimento o per pigrizia, o ancor peggio per ignoranza, pensando di fare il bene dei figli dando loro un modello di convivenza umana basato sul vuoto del “tutto subito e gratis”. Un modello, quest’ultimo, che può essere ritenuto corresponsabile di molti comportamenti aggressivi inaccettabili nelle aule scolastiche e dell’abbandono degli studi.
Tenere gli occhi sulla ciambella significa invece offrire adesso a alle classi dirigenti del futuro la “Character education”, una pedagogia che sviluppa l’intelligenza emotiva e i valori morali e che richiede cooperazione e fatica nel realizzare i propri desideri e la propria visione del mondo. Se chiedi a un adolescente oggi «Cosa vuoi fare da grande?» molto spesso non ti dà una risposta o pronuncia frasi come «Non m’interessa» o come «È uguale». A ben riflettere, sono loro stessi a lanciarci un grido di aiuto attraverso la denuncia dell’appiattimento a cui la vita li ha costretti. E se l’adulto accetta «è uguale» come risposta, forse lo fa per rassegnazione. La generazione dei boomers, i nati negli anni Cinquanta che a scuola lottavano per ottenere il “voto palese” da contestare all’insegnante e per le “assemblee lampo” che interrompevano le lezioni per trovarsi tutti giù in palestra a decidere come raddrizzare il mondo, è ormai passata nel dimenticatoio, ma i corsi e ricorsi della storia insegnano che non può essere finita lì. Le parole della rabbia e dell’odio, il cyberbullismo, il bullismo stesso fra ragazzi e fra adulti e colleghi dovranno pur entrare anch’essi, alla fine, in fase di decadenza.
Ma per questo è necessaria anche la cooperazione del mondo dell’arte. I testi delle canzoni possono tornare a riempirsi di senso, di profezie che anche se inascoltate si inscrivono nel subconscio della gente e rinnovano la fiducia e la speranza in una età dell’oro prossima ventura. Per farlo dovranno uscire dai circuiti tradizionali del business discografico, come sta facendo un certo cinema alternativo votato alla diffusione delle nuove conoscenze scientifiche e della spiritualità, soprattutto attraverso la formula dei docufilm d’autore. E il teatro, la danza, la pittura possono tornare a tenersi per mano, per dare vita ad esperienze artistiche che lascino emergere e risplendere il potenziale cumulativo della sintonizzazione fra corpo, mente e cuore e incoraggino le arti di cura nel loro insieme a unirsi e fondersi per ritrovare la via della comprensione olistica della salute e del benessere psichico.
Anche la cooperazione fra accademici e soprattutto fra fisici quantistici, storici, linguisti, biologi molecolari, informatici, geologi e antropologi si sta già rivelando profondamente utile per portare lo sguardo sulla ciambella. I loro studi hanno la capacità di scoperchiare i vasi di Pandora che da secoli hanno sigillato realtà ormai impossibili da ignorare, grazie al ritrovamento di antiche città, di mappe geografiche del Nuovo Mondo tenute segrete, di scritti e documenti rimasti nascosti, di oggetti e reperti misteriosi che non si possono spiegare con chiarezza e che vanno sotto il nome di OOPART (Out of Place Artifacts), oggetti fuori posto che “non dovrebbero esistere” capaci da soli di rivoluzionare i manuali universitari, al di là di ogni resistenza a difesa di carriere fondate su informazioni ormai obsolete.
La visione spirituale di Oriente e Occidente può ricongiungersi, interpretando alla luce delle reciproche conoscenze gli antichi saperi tramandati da testi sacri rimasti perlopiù incompresi o sconosciuti e da pergamene custodite per millenni in antichi monasteri.
È del tutto inutile limitarsi a criticare i modelli culturali della “nuova normalità”. Meglio non indulgere nel rimpianto delle cose perdute che costituivano la “normalità” a cui si era tanto aggrappati quando il cambiamento ci è apparso come una minaccia da evitare restando nella nostra zona di conforto.
Intanto, cominciamo dalle piccole cose. Togliamo i cellulari ai bambini, insegniamo a scrivere in corsivo, mangiamo prodotti naturali, curiamo il corpo e l’anima allo stesso modo, non viaggiamo nei luoghi alla moda ma in quelli che rivelano una storia terrestre sconosciuta, guardiamo le persone negli occhi quando ci parlano, e soprattutto ascoltiamoci l’un l’altro. Perdiamo l’abitudine di giudicare, che inquina essa stessa il nostro giudizio. Impegniamoci nella ricerca della verità, riconoscendo la nostra suggestionabilità, la nostra vulnerabilità e nel contempo la nostra bellezza, creatività e forza. Ringraziamo la vecchia normalità per averci portati fin qui, conserviamone quanto ci serve e portiamo l’attenzione sulla sostanza, sulla colorata glassa della vita, per scorgere nuove opportunità di crescita personale, per scegliere la via futura fra mille potenziali quantistici schierati davanti a ciascuno di noi in attesa che uno di essi venga saldamente riconosciuto, afferrato e fatto proprio nel momento presente.

Autrice, docente, formatrice di formatori, si è specializzata in didattica delle lingue, con un focus sull’insegnamento dell’italiano a stranieri e in percorsi CLIL di educazione linguistica e educazione affettiva (Social and Emotional Learning). Fra le sue esperienze professionali si contano docenze presso università in Stati Uniti, Belgio e Italia e la formazione e supervisione come Italian Curriculum Consultant preso lo State Education Department di New York. Ha curato la condirezione di programmi Study Abroad in Italia ed è cofondatrice di associazioni educative olistiche (Villaggio Interculturale/Cross-Cultural Village; e Scuola del Ponte dell’Arcobaleno di Firenze). Continua a svolgere un’intensa attività editoriale come autrice di saggi e di numerosi articoli accademici su linguistica applicata, glottodidattica, metodi didattici innovativi e come traduttrice editoriale. Pubblica poesia. I suoi progetti rappresentano un approccio olistico alla glottodidattica e alla formazione, con un modello educativo che integra lingua, contenuto, competenze socioemotive e apprendimento esperienziale, mirando sia allo sviluppo individuale degli studenti sia al rafforzamento della professionalità dei docenti con un approccio centrato sull’apprendente e sull’interazione tra conoscenza, emozioni e creatività.
