Leggere “Frammenti di un cielo invisibile” di Gaetano Domenico Canale, derivato dai suoi diari religiosamente custoditi dai genitori e pubblicati dopo la sua immatura quanto imprevedibile scomparsa nel 2020 all’età di 41 anni, ha arricchito la mia mente ed il mio animo di madre e di docente. Mi sono trovata, infatti, di fronte ad un giovane pieno di vita e di sani interessi, lo stesso simpatico, tranquillo ragazzo, che più volte avevo incontrato in compagnia del padre, stimato prof.di diritto ed economia alla Ragioneria di Brancaleone, dove entrambi insegnavamo. Spontaneo, autentico, Gaetano alias Gastone nel libro, come tutti i suoi coetanei, amava la pittura, la musica ed il cinema, ma soprattutto amava studiare, adempiere, da ragazzo scrupoloso ed ubbidiente, il proprio dovere di figlio, che intende ripagare i sacrifici dei propri genitori con serietà e zelo, costanti dal Liceo Classico fino alla laurea in scienze politiche, conseguita col 110 e lode. Un ragazzo come tanti, intelligente, curioso, molto maturo, tanto pensatore e tanto filosofo nei suoi ragionamenti.

Di ogni situazione, infatti, semplice o complessa, fornisce il pro ed il contra, i risvolti positivi e quelli negativi di essa, come avesse avuto la maturità e la saggezza di un anziano, e di ogni disagio giovanile, palese o nascosto, indica, convinto e sicuro, le possibili vie di fuga. Tutto è lineare nella sua giovinezza, gli amici, le innocenti uscite del sabato sera con i compagni di scuola, le pareti della camera coperta da poster di Cobain, cantante dei Nirvana, il suo idolo in assoluto.  E tutto sembrerebbe normale in un giovane che ama profondamente la propria terra, “la via della seta”, che ritiene si potrebbe materializzare nella sua natura, nella montagna, nei boschi, nel nostro mare, elementi che, tutti insieme, rappresentano la “magia di un sogno”, nella cui realizzazione, a livello economico, egli, Gastone, fermamente crede. In tanta coerente regolarità, tuttavia, il giovane spesso si trova davanti ad una porta socchiusa, dove “potevi entrarci e trovare il mondo oppure restare fuori e guardarlo attraverso il vetro.” Ed è, questo, un punto nodale, che lentamente diventa un tarlo che, non visto, non sentito, rode il proprio intimo, pur continuando Gastone ad avere pazienza e fiducia nelle problematiche quotidiane, fossero reali oppure ideali, in quanto “niente è come sembra, niente è come appare, perché niente è reale”, secondo le parole di una canzone di Battiato che tanto gli piaceva, perché in esse si riconosceva. Sereno e fiducioso del futuro, con una sua etica ottimistica, Gastone è portato a cercare la felicità, garantita dal sistema non solo a sé ma anche agli altri, pur nell’imprevedibilità della vita, non facile per tutti, nei cui momenti di crisi e sconforto il supporto degli amici è determinante al fine di non soccombere. Nonostante egli tenga agli aspetti sani dell’esistenza, tuttavia, viene attratto da personaggi dalla personalità complessa come, appunto, Cobain, morto suicida. Comunque non giudica mai il mondo malsano in cui la droga è di casa, ma cerca di capire le cause della caduta in esso. Colpito dal senso dello strano e del diverso, è consapevole dei tanti volti della vita e della verità, che possono portare alla rovina i giovani, che cadono come foglie secche. “Tutti indossiamo maschere, ma tutti i vivi aspettano di morire. La bara è dentro di noi”, sostiene, segnato dall’angoscia del vivere. In tutti i personaggi strani citati da Gastone vi è, in realtà, un pizzico di autobiografia, un angolino di specchio nel quale si riflette con e senza maschera, tormentato dal dubbio del vivere, cercando in esso disperatamente un’immagine che gli somigli.  Afferma, con serenità di spirito, invero, “Io ho passato la vita a dubitare. Di me, degli altri, del futuro. Ho riempito pagine di dubbi, come questa. E ancora non so se ho trovato una risposta”, risposte che non trova, perché non esistono, “ma solo immagini, solo specchi, solo dubbi che ci tengono vivi. O che ci soffocano, piano piano, fino a che non si vede più niente”. Ogni tanto Gastone si salva dall’angoscia attraverso la musica, fatta non solo di note ma di umanità ed amicizia, che lo fa sentire vivo, sereno, giacché, facendosi rapire da essa, “dorme quello spirto guerriero ch’entro” gli rugge.  Essa, la musica, tuttavia, non l’aiuta, quando le note si spengono e lui è costretto ad entrare nel teatro della vita. Quando nelle sue visioni o nei suoi sogni affiora, invero, il senso di solitudine che lo circonda, egli avverte un deserto dentro di lui, pur stando in compagnia, come fosse prigioniero di se stesso. Un inferno sentirsi soli tra la gente, quando la propria solitudine è nascosta dentro di sé e continua a mordere. Nonostante l’intimo tormento, Gastone si sente un uomo libero, da giovane che ha “l’abitudine di trattenersi all’ultimo momento”. Avesse avuto il calore di un sentimento ricambiato…avrebbe vinto la sua scommessa! Nonostante la laurea, un lavoro da segretario presso una scuola del Nord, la stima di cui gode, Gastone internamente si sente un perdente, sebbene continui a dire “Io mi rialzo”. Quella volta il ragazzo col forte legame con la sua terra e con i suoi adorati genitori, non è riuscito a rialzarsi. Gaetano, ragazzo intelligente, caparbio, curioso e ragionatore, “uno di noi che siamo soli”, non si è trattenuto ed ha mollato.  Non avendo più creduto “negli anni di libri, di studio e di testa china”, ha scelto il silenzio e le pace in via definitiva, chiedendo rispetto della sua scelta di vita a noi che lo abbiamo conosciuto come un valente giovane di questo problematico XXI secolo, attraverso le righe di questo libro, che segnano l’animo di chiunque lo legga, E noi, Gaetano, pur perplessi ed addolorati, c’inchiniamo col dovuto rispetto davanti alla tua volontà ed al tuo infelice destino.

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