AI Content

Questo articolo è stato redatto totalmente o con il supporto dell'Intelligenza Artificiale.

Sera di sabato 8 agosto, in un meraviglioso Parco degli Dei incantato, di Roccella Ionica, creato dall’artista Mariella Costa, ho incontrato due vecchi amici attorniati da una folla di curiosi. Parlottavano tra loro di un’anima affine vissuta oltre un secolo fa, un grande e coraggioso artista, e nel fare chiedevano consiglio a taluni Maestri lì accanto, che come loro si dilettavano nell’arte del libero pensiero, alla ricerca di sinestesie fra colore, suono, parola e movimento. Ma perché i due amici, uno scultore e un giornalista, legati da un sodalizio elettivo e sospinti da un’irrefrenabile voglia di scandagliare l’animo umano e di condividere la loro ricerca con la gente calabra, si interessavano di Kandinskij? E per di più, cosa li ha indotti ad offrire ad altre anime rare un incontro culturale nella loro comune terra di origine, facendone uno spettacolo didattico di Cultura, Arte, Musica e Danza?

«Il concetto chiave di Kandinskij—mi ha confidato il giornalista—quella sua necessità di far posto nell’arte all’io interiore, funge oggi come un vero e proprio metro etico e critico nei confronti della componente mendace del sistema dell’arte. Il mercato dell’arte è spesso saturato da produzioni seriali, speculazioni finanziarie e provocazioni vuote, pensate per la viralità dei social, in un contesto in cui il pensiero di Kandiskij trova posto come un potente anticorpo per distinguere l’arte autentica, nata dall’esigenza dello spirito dell’artista di comunicare con quello dello spettatore, dalla mera decorazione o dall’esercizio stilistico fine a se stesso».

Sì, ho ribattuto, ma perché l’arte oggi può essere, ed è spesso, bugiarda?

«Il panorama artistico contemporaneo è frammentato, iper-commercializzato, market-oriented, dominato dai linguaggi digitali e spesso accusato di cinismo. Tuttavia, La ricerca della genuinità espressiva continua a essere il faro per molti artisti emergenti e indipendenti, che rifiutano la logica del puro profitto. Kandinskij teorizzò l’astrazione affinché l’arte si affrancasse dal peso della materia e della rappresentazione figurativa del mondo visibile, diventando invece una vibrazione, un sentimento. Oggi la digitalizzazione e l’arte fatta di algoritmi hanno portato alle estreme conseguenze questa smaterializzazione concettuale di Kandinskij».

Molti sanno che Kandinskij elaborò la sua teoria sullo spirituale nell’arte ai primi del Novecento del secolo scorso, un periodo di grande fermento nell’ambito coscienziale e scientifico in cui la scoperta della divisibilità dell’atomo decretava il crollo della certezza della realtà materiale, erodendo il senso del gesto artistico. E che, mosso dall’intento di recuperare la dimensione interiore dell’artista e la forza originaria di quel gesto, Kandinskij spostò l’attenzione dalla materia allo spirito, preconizzando una forma di «arte monumentale», un’arte totale, un’arte dello spirito che porta la ricerca sul piano di una metafisica capace di soppiantare il materialismo. Ma che cosa è sopravvissuto, oggi, della visione di Kandinskij?

«L’eredità di Kandinskij. e del suo celebre trattato Dello spirituale nell’arte, pubblicato nel 1911, oggi potrebbe apparire come un’utopia superata, eppure rileggendolo attentamente a più di un secolo di distanza, il nucleo profondo del suo pensiero non solo è sopravvissuto, ma si è trasformato, riemergendo sotto forme nuove e inaspettate».

Sì ma… in che modo?

«Il pixel, il codice informatico e i dati diventano i nuovi colori e le nuove forme, capaci di suscitare stati d’animo ed emozioni vere, pure, anch’esse astratte. La fluidità, il movimento del digitale è così in un certo senso l’incarnazione tecnica dell’astratto teorizzato dal nostro artista nato e nella maggior parte dei suoi anni vissuto in Russia. E possiamo dire che se nell’epoca contemporanea la struttura formale, la multimedialità a suo tempo teorizzata da Kandinskij sono trionfanti, ciò che si è parzialmente incrinato è la fede nell’età dello spirito, questa necessità di trovare un qualcosa nella spiritualità».

Lei conviene, con taluni filosofi, fisici moderni, che la colpa sia da attribuire almeno in parte alla progressiva frammentazione delle discipline di studio e al loro impoverimento in ambito educativo, che ha imposto una reale violazione alla preziosa rete di corrispondenze profonde che dimostrano la linea di continuità esistente fra l’Essere umano e la Natura? Perfino la dimensione transpersonale in psicologia celebra l’arte di andare oltre i confini, come insegna Wilber in Oltre i confini, andando oltre le ipocrisie sociali: Ogni confine che costruiamo nella nostra esperienza produce una limitazione nella nostra coscienza: una frammentazione, un conflitto, una battaglia. (Wilber 2024: 16) Sono proprio quelle limitazioni a creare lo spettro di coscienza che ci imprigiona. Però abbandonare l’illusione e acquisire la consapevolezza del non confine non basta, perché la coscienza dell’unità deve essere percepita all’interno di noi. La via transpersonale afferma che, di tutti i confini artificiali costruiti dall’uomo, quello tra sé e non sé è fondamentale. Ma non si possono distinguere dei confini fra le cose, se prima non abbiamo distinto noi stessi dalle cose… Infatti per Wilber ogni confine che tu crei dipende dalla tua esistenza separata, cioè, dal tuo confine primario tra sé e non sé (Wilber 2024: 66). Alla luce di ciò, lei pensa che un’umanità che riconosce i falsi confini e che resetta il proprio spettro di coscienza possa accorgersi che la pittura è colore, che a sua volta è frequenza, che genera emozione? Che la musica è colore, e che il colore è musica? Che la materia è vibrazione, e che la vibrazione è morfogenetica, come insegna la scienza cimatica che studia come le onde sonore generano forme visibili a contatto con la materia stessa? Anche lei è convinto che, in fin dei conti, tutto si riassuma nell’idea pitagorica della Sinfonia delle Sfere, che sente l’universo come un grande accordo musicale, un concetto fortunosamente sopravvissuto fino ai nostri giorni, nonostante il diniego o l’indifferenza dei campi di cura del corpo e dell’anima che invece dovrebbero farne tesoro? Mi perdoni, ma se nel microcosmo personale tutto parte dal “Chi sono io?”, come possiamo configurarci mentalmente un macrocosmo riferito alle varie forme artistiche dell’io diviso, alla ricerca di una loro dimensione di unitarietà? Sotto quale spinta oggi l’arte totale potrebbe operare il prodigio?

«La visione kandinskiana dell’arte monumentale intesa come convergenza e come sintesi sinestetica di pittura, musica, movimento e spazio trova oggi la sua naturale evoluzione e continuazione nelle installazioni immersive, nell’arte digitale, nelle performance multimediali e nell’arte politica o governative art. Quando Kandinskij sperimentava la ricerca della musica nei colori e la vibrazione dell’anima attraverso la forma purificata, in realtà anticipava l’esperienza dell’utente contemporaneo all’interno degli ambienti immersivi, come la ricerca –oggi più che mai viva– di un’opera d’arte totale, capace di avvolgere i sensi e toccare la psiche».

Capisco. Ma Lei come vede, in epoca digitale, il ruolo che la pittura, la musica, la danza e la poesia possono esperire nel recupero della coerenza originaria fra il cuore, il corpo e la mente di un’umanità vessata e confusa, alla quale sta rovinosamente sfuggendo la comprensione di se stessa e del suo ruolo nel mondo? Ritiene plausibile che le espressioni artistiche nel loro insieme possano ritrovare una forza unificante tale da proporsi di restituire alla gente forza e fiducia, e i valori spirituali perduti, e quali sono quei valori secondo il suo sentire?

«Oggi la società globale universale ha smarrito la strada, o meglio quella strada che aveva degli obiettivi, dei precisi scopi, delle finalità. Ma oggi questa società ha perso la retta via, direbbe un cristiano cattolico. Viviamo in un’era di digitalizzazione pervasiva, dominata dall’iper-specializzazione, e questa domanda ovviamente tocca il cuore della condizione umana contemporanea. La frammentazione dei saperi, un tempo integrati in una visione olistica della conoscenza, ha isolato l’essere umano, lo ha separato sia dal ritmo della natura sia dalla propria unità interiore. Tuttavia la scissione della sfera emotivo-affettiva (in poche parole, del “cuore”), dal corpo (la sfera somatico-esperienziale) e dalla mente (la sfera della razionalità, della logica) trova oggi nelle arti non un semplice rifugio estetico, ma una vera e propria pratica di ricomposizione dell’essere, di ricompattazione del Sé. Il ruolo delle arti nella riconnessione dell’umanità credo sia fondamentale. Ciascuna disciplina artistica agisce come una terapia, come un farmaco specifico per le “fratture” dell’uomo contemporaneo».

Ma come può, per esempio, la musica avere questo ruolo taumaturgico?

«La musica agisce come architettura del tempo e vibrazione pura. In un mondo dominato dal rumore di fondo, che noi subiamo ininterrottamente con i ritmi frenetici degli algoritmi, la musica rieduca all’ascolto profondo, sintonizzando i battiti del cuore e le frequenze cerebrali con un tempo umano e naturale, restituendo certi ritmi e cadenze, certi percorsi ritmati a livello umano».

E la danza? La pittura?

«La danza è la riconquista del corpo, il riappropriarsi del corpo. Nella nostra epoca digitale l’interazione con il mondo si riduce al “touch”, al tocco di uno schermo; la danza invece restituisce al corpo la sua intelligenza primordiale, la sua presenza nello spazio e la connessione fisica e sacra con la terra, con la natura. Vogliamo parlare della pittura? Educa nuovamente lo sguardo, gli occhi, a guardare; e li educa contro la bulimia delle immagini digitali: veloci, trascurabili. La pittura richiede contemplazione, meditazione davanti ad un quadro, presenza e riscoperta della materia, del colore, della tela, della luce. La sua forza evocativa, simbolica e rivelatrice, è capace di dare un nome ai vissuti inespressi dell’anima, e Kandinskij lo fece, questo esperimento».

Va bene. Che dire allora delle parole, della poesia?

«Il mio giornale fece qualche anno fa una trasmissione che aveva come titolo “La farmacia della Poesia”, perché dispensavamo dei farmaci fatti di poesia, di parole, ed è stata un’esperienza bellissima, poiché ha rappresentato la capacità di cura della parola».

Certo, ne parlava spesso anche Hillman, un altro grande polimata e riformatore della psicologia, nelle sue Storie che curano. Storie che vanno sapute raccontare, perché il linguaggio determina il pensiero e non viceversa, come ha dimostrato Whorf, ne conviene?

«In un linguaggio che oggi è impoverito, quasi scomparso, specialmente sul piano vocale, burocratizzato, o ridotto semplicemente a degli stereotipi, a degli slogan per social media e così via, la poesia restituisce al verbo la sua forza evocativa, simbolica capace di dare nome a quei vissuti che hanno perso una identità. Su una poesia bisogna ritornarci tante volte, interpretarla, comprenderla, parola per parola».

Allora, per la musica, la danza, la pittura e la poesia, è plausibile, come sostiene Kandinskij, una nuova sintesi?

«Assolutamente sì, ma a un patto: che le arti rifiutino di considerarsi meri prodotti di consumo o di intrattenimento. L’arte è impegno, fatica, studio, e quando alcuni dei suoi componenti dialogano tra loro essi superano la barriera dell’intellettualismo semplicistico e parlano direttamente ad un inconscio collettivo. Questo è molto importante perché così ritrovano l’antica dimensione dell’arte monumentale e rituale. L’esperienza artistica integrata ha il potere di generare spazi di sospensione, non dei punti interrogativi, ma dei buchi, dei vuoti, nei quali l’individuo smette di produrre o di consumare e torna semplicemente ad essere. Ecco che queste falle, questi buchi sono fatti appunto di arte, e questa forza unificante non nasce da un pensiero o da una dottrina, ma da quella che è l’esperienza diretta della bellezza, del toccare la bellezza, del toccare e del vivere il senso, la vibrazione.

Grazie. Credo di capire che lo spirituale nell’arte per Kandiskyij sia lo stesso anelito che alberga nell’animo di tutti noi, esseri in cammino alla perenne ricerca di dialogo fra noi stessi e il mondo. Un’armonia che spesso appare irraggiungibile e ci induce a inseguire la vita, anziché consegnarci alla corrente dell’esperienza, trovando in quel flusso la nostra “beatitudine”, come ci esortava a fare Campbell. Tutto sommato, questo lo hanno sempre saputo in molti –che le parole curano e che la bellezza salverà il mondo– e lo sapeva anche il popolo dei Navajo, artefice di una sacra Preghiera tradizionale che recita:

Nella bellezza io cammino.

Con la bellezza davanti a me io cammino.

Con la bellezza dietro di me io cammino.

Con la bellezza sopra di me io cammino.

Con la bellezza tutto intorno a me io cammino.

Grazie.

«Di nulla».

Di questo ci volevano parlare ieri sera, e su questo ci hanno indotto a riflettere Pasquale Muià, direttore della testata giornalistica online Incipit-Sistema Comunicazione e Saverio Coluccio, scultore roccellese ed autore del libretto Vasilij Kandinskij. Colori e musica (Progetto Cultura, 2022) che ha offerto lo spunto per la bella serata di studio su “L’Arte totale di Kandinskij”, con la complicità di Mariella Costa (scultrice e ospitale padrona di casa al Parco degli Dei di Roccella Ionica), Giuliano Zucco (artista), Luigi Lavorata (studioso d’arte), Roberta Franco (dance performer accompagnata da Siria Ierino’ , Maddalena Lima e Pietro Commiso interpreti della Scuola “Elite danza” e pittrice), Sebastiano Spagnuolo (che ha dato voce alle citazioni di Kandinskij) e del vivace Duo musicale di Vittoria e Gianni Costanzucci. E ci sono riusciti.

error: Non salvare ma condividi