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Sarà pure un caso o semplicemente una coincidenza, ma “Nella luce improvvisa. Le poesie dalla Calabria di Cesare Pavese” di Enzo Romeo giunge a novant’anni precise da quando Cesare Pavese il 4 agosto del 1935, scese dal treno, in manette, nella stazioncina di Brancaleone Calabro. Lo scrittore piemontese nel paesino a ridosso del mare ionio vi fu confinato dopo alcuni mesi di carcere a Torino e a Roma, per attività antifascista. Non aveva ancora compiuto i ventisette anni di età. A Brancaleone Calabro, il paese davanti al mare, Pavese trascorse un intero anno, cercando invano di combattere il dramma dell’isolamento attraverso l’attività letteraria. «Sempre, come il primo giorno, – scrisse – mi sveglio al mattino con la puntura della solitudine».

Una solitudine e altro che poi lo condussero al suicidio. Pavese a Brancaleone scrive sedici poesie.  Mercoledì 12 agosto alle ore 18.30 in Largo Rita Levi Montalcini, organizzato dal Circolo di lettura dell’ARAS, queste opere pavesiane e altro verranno presentate col titolo del libro Nella luce improvvisa. Le poesie dalla Calabria di Cesare Pavese. Nella luce improvvisa è il verso di una delle liriche scritte da Pavese a Brancaleone, dove nel 1935-36 il regime fascista lo inviò a scontare la condanna al confino. Qui trovò ancora vive le radici dell’antica cultura greca, da lui tanto amata, e scoprì il chiarore abbagliante della Calabria jonica, col sole che emerge dal mare. Una luce insieme spietata e tenera, capace di penetrare e trasformare ogni cosa: la sofferenza e l’amore, la vita e la morte. Quella morte che Pavese si diede a Torino, quattordici anni dopo, con sedici bustine di sonnifero. Sedici, come le sue poesie “calabresi”, che considerava «le più belle del mazzo» e che per la prima volta sono raccolte insieme in un unico volume.

L’esperienza calabra, sebbene subita, fu per Pavese fondamentale per quella esistenziale e letteraria. Ma ciò che lo scrittore e poeta piemontese elaborò durante i mesi di soggiorno obbligato è un materiale prezioso anche per la Calabria, poiché la aiuta a ripensare a se stessa, prendendo coscienza del proprio patrimonio culturale e del valore insito nella sua proverbiale ospitalità. «La gente di questi paesi – scrisse Pavese – è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca… Sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, con tutte le allusioni d’immagini che simile tratto consentirebbe».

Il libro di Enzo Romeo, giornalista RAI e saggista, aiuta a ripensare a un intellettuale tormentato e controcorrente, che dopo anni di dimenticanza torna a essere riscoperto. Come ha dimostrato la traccia della prima prova scritta della Maturità 2026, che ha proposto agli esaminandi una lirica di Pavese. L’elaborazione introspettiva pavesiana, tesa alla ricerca del vero senso della vita, si apre alla grande attualità del mondo. Non a caso nel cimitero di Lampedusa, davanti alle tombe dei migranti morti in mare, è stata posta una lapide con una frase scritta da Pavese a Brancaleone: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò».

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