È finito un mondo, e con lui se ne va l’ultimo cantastorie che non ha mai preteso di insegnarci come vivere, ma solo di ricordarci quant’era amaro e bellissimo farlo. Francesco Guccini apparteneva a un tempo che oggi sembra scivolato via tra le dita come l’acqua dei suoi torrenti appenninici, un’epoca fatta di parole pesanti come macigni, di fumo denso nelle osterie, di bicchieri di vino rosso consumati senza fretta e di chitarre scordate che sapevano raccontare la verità meglio dei comizi.
Per decenni lo hanno incoronato maestro, lo hanno avvolto in bandiere rosse che non erano le sue, issandolo a simbolo d’ordinanza di un comunismo ortodosso e di partito in cui lui non ha mai davvero dimorato. La storia delle idee ha questo vizio di voler catalogare i poeti, ma Francesco era di un’altra pasta: era un anarchico della memoria, un libertario individualista, ironico e schivo, fedele soltanto alla propria libertà di dubitare e di gridare in faccia al potere la propria indignazione.
Basta riascoltare il ritmo serrato e sanguigno della sua Locomotiva per capirlo: in quel macchinista lanciato contro il mostro di acciaio non c’era l’adesione fredda a una dottrina o a una nomenclatura di partito, ma il soffio disperato, tragico e purissimo dell’anarchia, quel sentimento antico che spinge l’uomo solo a ribellarsi all’ingiustizia in nome di una fraternità senza padroni né tessere. Guccini rifiutava i dogmi, svelava la falsità dei “colleghi cantautori” e l’ipocrisia dei critici nella sua Avvelenata, rivendicando il diritto di cantare la rabbia senza dover rendere conto a nessuno, se non alla propria coscienza. Nei suoi versi la politica si faceva Prosa Poetica dell’esistenza quotidiana: era il volto segnato dei vecchi di Radici, era il rimpianto per i giorni scappati via in Incontro, era la battaglia contro i mulini a vento di un Cirano che disprezza i servi di corte e le pecore al pascolo.
Era l’uomo di via Paolo Fabbri 43 che guardava passare la vita e la storia con il piglio del filosofo popolare, sapendo che le grandi risposte ideologiche sono spesso trappole per gli ingenui. E ora che la sua voce ruvida si è zittita, la sua morte non appare soltanto come la scomparsa di un artista, ma si sovrappone e si fonde perfettamente con l’idea stessa che ha animato tutta la sua opera: l’ineluttabile, doloroso eppur poetico scorrere del tempo.
La sua scomparsa è esattamente come l’ultima corsa di quel treno di cui ha cantato per una vita intera, un viaggio che non si schianta contro la fine, ma sfuma lentamente nella nebbia dei monti di Pavana, lasciando dietro di sé il silenzio carico di ricordi di un’osteria che chiude a notte fonda, quando le luci si spengono, le sedie vengono girate sui tavoli e resta solo l’eco d’una canzone che continua a risuonare nella memoria di chi sa ancora ascoltare.

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
