
Con Franco Baresi muore il sogno del calcio di provincia, quello romantico, quello fatto di campetti polverosi sudore e colpi. Un calcio fatto da partite maschie, avrebbe detto Pizzul ma anche di grande Fair play. Se ne va un signore, che seppe regalare emozioni e spirito di sacrificio, con lui vola a Patrasso l’essenza di una filosofia dedita all’ educazione, alla classe, alla signorilità fatta di indomito coraggio e estremo sacrificio. Mai sopra le righe Baresi fu amato e continuerà a essere amato da tutti, specie da noi figli degli anni 80. Capitano sontuoso, baluardo di una difesa che portò insieme a Roberto Baggio alla finale del mondiale del 94. Ah quella finale! Dove nessuno avrebbe mai scommesso che avremmo perso. Baggio e Baresi si caricarono addosso un’intera nazione che usciva sconvolta dalle crisi economiche e politiche e dalle tragedie delle stragi. Per un attimo l’Italia e gli italiani poterono sognare di essere ancora popolo e patria di fronte alle nazioni del mondo. Poco importa se baresi tirò male il calcio di rigore insieme a Massaro e Baggio. Giocò una partita sontuosa fermando un attacco brasiliano fatto dalla fantasia e dalla velocità di Romario e di Bebeto. Baresi infortunatosi al menisco venti giorni prima scese in campo come capitano, giocando perfettamente sotto un caldo infernale e torrido e afoso una finale con temperatura atmosferiche inverosimili, e poi lo vedemmo sciogliersi in pianto per il sogno sprecato.
Ma quel pomeriggio a Pasadena Baresi seppe darci una lezione di umiltà e sacrificio, forse la lezione più grande, aveva perso una squadra ma non gli uomini di quella squadra che avevano dato tutto. Baresi e Baggio quel mondiale lo vinsero da persone e da sportivi che avevano la fame della vittoria, l’orgoglio di appartenere a un popolo di orgoglioso e capace. L Italia seppe dunque rialzarsi. Baresi quella sera ci ricordò cosa significa davvero lottare per una idea. Cosa significa sacrificarsi, prendere botte, e rimanere eleganti e schivi. Se ne va Baresi nei giorni della crisi del calcio italiano, fatto dai tiri e molla degli allenatori, fatto di sponsor, di campi di provincia senza osservatori, fatto da manager che ignorano il progetto di rilancio del dossier del divin codino. Incredulo riguardo quella finale a distanza di anni, meritavamo di vincerlo quel mondiale, non fu equo il destino e nemmeno coloro che esclamano che dopo tutto era giusto piazzarsi secondi, poi rivedo la premiazione di Baresi che riceve l’Ambrogino d’ oro e esclama ” alla fine qualcosa di buono sono riuscita a farla”. Ciao kaiser Franz, ci mancherai.

Domenico Principato è nato il 19.05.1985, fossatese di origine, si è laureato in legge con due tesi sulle consociabilità storiche e moderne e sulla rivisitazione della legge Spadoni Anselmi. Già giovane scrive il romanzo Parole d’assalto e inizia l’attività di Terzo Settore con i Fossatesi nel mondo, occupandosi di cultura. Vive da quattro anni a Bova Marina, dove collabora con l’Associazione socio-culturale Thétis APS. Ritornato in Calabria dopo tre anni di pubblica amministrazione nel Nord Italia, lavora a Reggio Calabria sempre nella p.a. . Si occupa di storia, saggistica, sviluppo sociale dei paesi in via di spopolamento e continua nella ricerca sulle consociabilità meridionali. È impegnato nel diffondere la cultura in genere.
