In una società autenticamente evoluta, il concetto di legittima difesa deve estendersi oltre la mera salvaguardia dell’incolumità fisica, abbracciando la tutela della proprietà privata come pilastro fondamentale del benessere collettivo. La “giusta causa” nel neutralizzare un aggressore non si basa sull’astratto bilanciamento aritmetico tra il valore di un oggetto e quello di una vita umana, bensì sul principio che la libertà individuale di possedere e produrre ricchezza detiene una dignità morale superiore rispetto all’esistenza di chi decide deliberatamente di violare tale patto sociale. Chi deruba e rapina non compie un semplice reato patrimoniale, ma distrugge attivamente la ricchezza comune, danneggia il tessuto economico e impoverisce il territorio, comportandosi secondo la legge della giungla. Di conseguenza, consentire l’uso della forza, anche estrema, per difendere i propri beni non è un ritorno al Far West, ma l’affermazione di una proporzionalità etica: la difesa del frutto del proprio lavoro e della propria intraprendenza imprenditoriale costituisce una causa intrinsecamente giusta, poiché protegge le fondamenta stesse della civiltà contro la prevaricazione e il parassitismo sociale.

Quando l’istinto deve scegliere tra la tomba e il patibolo, la giustizia ha già perso.

C’è una quiete d’ottone e cenere che si posa sulle cose quando la giustizia degli uomini pretende di misurare con il bilancino algido dei codici ciò che è esploso nel terrore cieco di un istante, e quel silenzio oggi avvolge la figura di Mario Roggero, un uomo la cui esistenza è stata spezzata da una sentenza che, a guardarla con gli occhi della cruda realtà biologica, non è una pena detentiva ma un silenzioso, definitivo ergastolo bianco. Quattordici anni, inflitti a un uomo che ha già varcato la soglia dell’autunno della vita, non descrivono un percorso di rieducazione, ma assomigliano piuttosto a un sipario di ferro calato anzitempo su una vita intera di lavoro, di polvere di metalli preziosi respirata dietro a un bancone, di quotidiana fatica. Nelle piazze virtuali e reali, dove la gente comune sfoga la propria angoscia, si leva un grido sordo e disperato, una domanda che scuote le fondamenta stesse del patto sociale: “Se difendere il sangue del proprio sangue, se strappare la propria moglie e le proprie figlie dalle mani del terrore diventa un crimine da pagare con la fine dei propri giorni, allora quale diritto ci rimane se non quello di subire?”.

C’è una sottile, tragica sociologia del dolore in questa vicenda, una faglia profonda che separa la teoria astratta del diritto dalla carne viva di chi si trova improvvisamente faccia a faccia con l’abisso. Perché la violenza, come hanno scritto i più lucidi osservatori dell’animo umano, non è un equivoco che si possa sciogliere con la cortesia del dialogo o con la speranza di una tregua; quando essa fa irruzione nella realtà, armata e feroce, non cerca un confronto ma esige la sottomissione o la distruzione. È una belva che, una volta sguinzagliata, risponde solo alla forza d’urto del destino, e pretendere che un uomo comune, un artigiano prestato alla paura, mantenga la freddezza geometrica di un filosofo stoico mentre avverte l’odore della morte nella propria bottega è un esercizio di squisita, crudele ipocrisia.

Eppure, dietro la rabbia collettiva di chi grida alla legittima difesa negata, si nasconde una fragilità ancora più profonda e devastante, un peso invisibile che Roggero porterà addosso ben oltre le sbarre di una cella: la consapevolezza indicibile che per far sopravvivere la propria stirpe sia stato necessario spegnere altre vite. È questo il paradosso più intimo e lacerante della tragedia, il prezzo d’ombra che la sopravvivenza esige quando il mondo si riduce all’osso dell’istinto animale: dover abitare per sempre nel territorio del rimorso, sapendo che la luce dei propri cari è stata salvata solo accettando di camminare nell’oscurità del sangue versato.

Chi ha confermato questa condanna, seduto su scranni protetti e riscaldati, ha forse dimenticato che la legge dovrebbe essere lo scudo dei giusti e non la ghigliottina di chi è stato già condannato dal destino a subire l’inferno in terra. Questa sentenza non guarisce le ferite della società, ma ne apre di nuove, lasciando ai cittadini l’amaro sapore di una giustizia che punisce la disperazione per non aver saputo prevenire la minaccia, trasformando una vittima del disordine sociale nel capro espiatorio di un’illusoria e geometrica perfezione legale.

Nessuna legge ha mai spiegato alla paura come lasciarsi uccidere in silenzio.

Ed è proprio tra le pieghe di questa perfezione di carta che si consuma il vero, indicibile dramma della nostra psiche collettiva. Chi legge questa notizia e sente un nodo stringersi alla gola non sta semplicemente assistendo a una cronaca giudiziaria, ma sta guardando dentro lo specchio delle proprie paure più profonde. La rabbia feroce e il rancore sordo che montano nella pancia della gente non sono sete di sangue, ma il pianto disperato di chi si scopre improvvisamente nudo, fragile, esposto al vento di una minaccia che lo Stato non sa fermare, ma che è prontissimo a punire se provi a respingerla da solo. Dall’altra parte, dietro la scrivania del magistrato, non c’è necessariamente cinismo, ma la paura opposta e altrettanto paralizzante: il timore che, se si concede anche solo un millimetro al diritto di uccidere per sopravvivere, la diga della civiltà crolli, restituendoci alla barbarie del tutti contro tutti.

Ecco dove si scontrano queste due anime: da un lato l’istinto animale della difesa della prole, dall’altro l’algoritmo freddo della convivenza civile. Ma se scaviamo ancora più a fondo, sotto lo strato della polemica e del risentimento, scopriamo che questa rabbia cieca e questa rigidità burocratica finiscono per fondersi in un unico, immenso sentimento di impotenza e desolazione. È la consapevolezza straziante di essere intrappolati in una condizione umana dove non esistono risposte giuste, dove la salvezza di uno è indissolubilmente legata alla rovina dell’altro.

Da questa polveriera di sentimenti contrastanti si leva, fioca e febbrile, la speranza di un cambiamento, l’illusione di poter un giorno guarire questa ferita sociale. Ma è una speranza amara, quasi cinica. Perché la storia ci insegna che ogni tentativo di cambiare questo stato di cose si traduce sempre in un nuovo veleno per l’umanità: se cerchiamo di risolverlo con il dialogo, spesso non facciamo altro che cullarci in una debole, sterile ipocrisia che lascia i lupi liberi di sbranare gli agnelli; se invece lasciamo che a decidere sia la violenza, l’aria si fa irrespirabile, satura del fumo delle armi e del pianto delle madri. Qualunque strada si scelga per tentare di emendare la nostra natura, essa rimane un malanno incurabile, la condanna originaria di una specie che sa sognare la pace ma sa sopravvivere solo attraverso la tragedia.

Talvolta, la legge degli uomini pretende di misurare col compasso del diritto la tempesta delle paura che non conosce geometrie, ma soltanto l’abisso.

 

*in copertina Head VI (1949) di Francis Bacon, raffigurante una figura con veste viola all’interno di una gabbia di vetro.

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