Non conta la distanza fisica per misurare il dolore. Perché non c’è nessuna distanza che può annullare ciò che si prova per il dolore che ognuno vive, spesso in silenzio. La terra di Calabria, in merito, ha una lunga storia costellata di eventi che hanno frantumato l’animo di ogni calabrese. Per questo la distanza tra la Calabria e i luoghi del dolore non c’è. Dove ci sono macerie i resti delle lunghe battaglie, c’è il dolore dei calabresi. Il dolore provocato da perdite, da distruzioni può essere paragonato a quello che la Calabria ha vissuto e continua a vivere. Pensare ad Antiochia vuol dire rivolgere il pensiero verso Gaza, il Darfur, Donbass, al Chiapas, al Ruanda, al massacro dell’ex Jugoslavia. Il testo che segue mette in evidenza che si può andare oltre il dolore. (Pasquale Muià)

Oh donna di Antiochia! Tu che madre dolorosissima sciogli i tuoi capelli in pietoso manto disteso, silenzioso sopra il disastro rabbioso e roboante improvviso del mondo. Ti acconceremo domani le trecce di una primavera speranzosa, costruita con i sassi che noi recupereremo, con le nostre mani lacerate e di lacerante disperazione.
Oh figlia di Antiochia! Che lacrime spargi sopra le pietre ammassate in improvviso collasso, irrorando i tuoi morti e te ne stai muta sopra le zolle superstiti, già stuprate dai calzari dei soldati. Domani ti prenderemo per mano e ti daremo parole più nuove e nuove strade e piazze più belle, a celebrare di statue i tuoi martiri sotto la terra.
Oh anziana di Antiochia! Che piangi senza lacrime e mostri i solchi del volto, lasciando un cantilenoso lamento composto come le mie antenate d’Aspromonte. Domani ti daremo riposo e fuoco e ascolteremo intorno al magma caldo di un braciere, i tuoi racconti come fanciulli rapiti dalle tue favole vere. E tu bambino di Antiochia, che non giocherai più coi tuoi fratelli, che ora dormono inghiottiti dentro la grotta oscura del mondo. Domani ti daremo un immenso girotondo di mani intrecciate e di giochi strapieni di sorrisi.
Tu padre di Antiochia, che custodisci la mano di tua figlia schiacciata nel petto da un solaio, lastra oscillante che è culla e che è tomba. Domani, la tireremo via e faremo in modo che, tra molti anni, lei ne tenga la tua sotto la lastra affannosa degli anni.
E voi, voi, miei fratelli di Antiochia di sangue normanno e cristiano, di fede musulmana. Voi fratelli del mio Mediterraneo, domani vi daremo non più la zattera oscillante della terra, né la barca predatoria dell’invasore invitto, ma il veliero dondolante e fiero di un mondo fratello. Che fare per voi fratelli di Antiochia? E per voi fratelli curdi? E per voi figli di Istanbul, mia terra della dolce Bisanzio? Che fare per voi ora che le vostre mura sono cedute sotto il cannone tremendo ineffabile della terra?
Ora io, solo ora mi ricordo della bella Antiochia, quel lembo che nell’anno del signore 1111, segnò lo stesso destino del mio progenitore, Riccardo il principe normanno dal maschio elmo e dal furente gladio. Riccardo scacciato e schiacciato ad Antiochia, perito dallo stesso urlo e dall’onda in tumulto; lo stesso destino di questa disgraziata Antiochia, ebbe l’Antiochia conquistata di allora. Io erede di allora, io oggi piango i fratelli di Antiochia. Antiochia, cenobio del Cristianesimo ascetico e di antichi esicasmi. Io, come Riccardo che, con pugno di ferro vi fece soffrire, muoio con voi nello spirito e pago la moneta del mio dolore, anni dopo. Orsù fratelli di Antiochia, oggi il mio castello è distrutto insieme alle vostre case e con lui se ne va il potere del mondo; solo una cosa ci resta: il dolore attonito e le braccia, non più per pugnare, ma per tirare fuori i nostri, ricostruire per i vivi, dopo che il mondo ci ha gridato non la nostra, ma la sua di pace!
Le lacrime delle mie donne normanne, dei miei amori di Bisanzio, sono le stesse delle vostre donne, quelle delle vostre madri, di mia madre. Il lamento delle vostre anziane, il dolore composto dei miei antenati di Bruzia e Campania. La paura dei vostri bambini, la paura di me bambino di essere orfano e di smarrire casa.
Io, padre senza corona di Antiochia tendo una mano ideale alla vostra progenie custodita e agonizzante tra le mie, immersi in pietre feroci di questa fine epoca.
E tu padre del mondo, era necessario il tuo urlo belluino e improvviso sulla nostra Antiochia?
Non fuggiremo da Antiochia se non da morti e ai nostri morti daremo modo di trovare la pace nella Gerusalemme, tra altri di Antiochia. Un dì moriremo ancora ad Antiochia, ma sereni, ove dolce finalmente ci verrà la pace nei nostri guanciali. Oggi il mio solo castello è tutta Antiochia, oggi quello che ho è solo il popolo di Antiochia. Oggi anche io sono suddito e servo di Antiochia, anche io che vengo da natali e genia che il sangue di Antiochia disperse e sparse selvaggio. Oggi il mio sangue è il sangue di Antiochia.

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