In occasione della giornata consacrata al gesto più intimo dell’umano e per onorare quelle testimonianze che l’Arte, nel corso dei secoli, ha voluto tributare a tale effusione, sorge l’obbligo di scovare tra le fila di baci su tela quello che forse meno viene ricordato, o meglio, quello che più di ogni altro rifugge la tenerezza per abbracciare la pura volumetria.
Un bacio che vuole essere il più fisico e meno spirituale, ma non per questo meno morale o di fattezza meno complessa.
Il bacio di Tamara de Lempicka risale al 1922, nel cuore pulsante dell’epoca Déco, un tempo in cui la carne si faceva architettura e il desiderio si piegava alle leggi di una dinamica industriale spietata. In questo saggio visivo, la Lempicka non si limita a dipingere un incontro, ma celebra un’estetica dell’attrito tra superfici inossidabili, dove l’amore non è fusione mistica ma una collisione controllata tra due solitudini corazzate degna dei tempi moderni.
Tutto nell’opera è ferocemente sagomato, scolpito da una luce che non riscalda ma definisce, perché l’artista intuisce che nel moderno il sentimento è un lusso che solo la precisione millimetrica può proteggere dal caos della storia. Quel “Dè” che risuona costantemente nel nome dello stile “Art Déco”, si riverbera qui come una “De-umanizzazione” sacra, un processo alchemico inverso in cui l’uomo e la donna smettono di essere polvere per farsi diamante, diventando ingranaggi di un’orologeria erotica che non segna l’ora, ma l’eternità del possesso materiale.
Le figure sullo sfondo, frammenti di un’architettura urbana fredda e spettrale, non sono meri riempitivi ma agiscono come testimoni di un vuoto pneumatico, confermando che questo bacio non avviene in un giardino romantico, ma nel ventre di una macchina celibe che ha bandito il sentimentalismo per glorificare la posa.
Sprofondando nell’analisi più arcana, emerge una visione narcisistica di una potenza perturbante: l’uomo, flettendosi sopra la donna, compie un atto di autofagia visiva. Egli non sta cercando l’anima di lei, né il suo respiro; egli utilizza la pelle di lei come un “Mirror-Slab” metallurgico, una lastra riflettente su cui proiettare l’icona del proprio trionfo e della propria virilità scultorea. In questa dinamica, l’amante agisce come un cecchino metafisico che cerca nell’iride della compagna non una risposta, ma il mirino perfetto per inquadrare la propria onnipotenza, baciando in realtà la propria capacità di essere amato, di essere forte, di essere Dio. Lei, sdraiata sotto di lui, diventa il mercurio che rende lo specchio tale: è solo la sua immagine riflessa l’unica degna di ricevere il bacio dell’amore, rendendo la donna un piedistallo d’avorio su cui l’ego maschile celebra il proprio culto solitario. La mano di Lei, quella mano che molti critici hanno definito “strana” o sproporzionata, è in realtà un artiglio sapientemente scolpito, un fossile del desiderio che ha rinunciato alla carezza per farsi sigillo. In termini esoterici, è la “presa” del demiurgo sulla materia, una mano che non invita ma vincola, un arto che appartiene più alla statuaria greca reinterpretata da un ingegnere che alla biologia umana, simboleggiando l’ancoraggio indissolubile alla dimensione terrestre e al potere fisico.
Tuttavia, la rivelazione più sconvolgente, l’intuizione che scardina la morale stessa dell’opera e ne ribalta il significato culturale, si palesa quando compiamo l’atto di ribellione visiva di ruotare il quadro di novanta gradi. In questa nuova prospettiva, la gravità si vendica e l’intero sistema di potere si inverte: l’uomo cessa di essere il sovrano che sovrasta per diventare un naufrago verticale che si aggrappa alla donna come all’unica scogliera senziente dell’universo. Ruotando la tela, lei si rivela come la vera linea d’orizzonte della realtà, l’asse immutabile e solido su cui l’uomo, improvvisamente precario e sbilanciato, cerca disperatamente un appoggio per non precipitare nel vuoto della propria vacuità. Si svela così l’arcano della “preda consenziente”: la donna di Tamara, con una saggezza antica e quasi divinatoria, acconsente a farsi “cacciata” e accetta di essere considerata trofeo solo per esercitare un dominio più sottile, sotterraneo e inscalfibile. È lei che, offrendo il proprio corpo come base, concede all’uomo il privilegio del riflesso; lei è la culla che simula la tomba, la dominatrice nascosta che permette al maschio di illudersi di essere il predatore mentre, in realtà, lo sta sorreggendo come un Atlante di carne che regge un cielo fatto di cartapesta. Questo bacio è un’operazione di chirurgia plastica dell’anima dove la bellezza è la cicatrice necessaria per nascondere che il potere non appartiene a chi sovrasta, ma a chi decide di restare sotto per permettere all’altro l’illusione di esistere. In questo gioco di specchi e geometrie, la Lempicka ci consegna un saggio sulla solitudine dei corpi, dove l’unico bacio possibile è quello che si dà al proprio riflesso, mentre la donna, nell’ombra della sua sottomissione apparente, resta l’unica vera architetta di quel momento di poesia che imprime sul marmo della vita la sua scultura più bella.
“Una Donna sa farsi piedistallo di polvere per concedere all’uomo l’illusione dell’altezza, sapendo che l’unica cosa che un cieco non può vedere è la mano che gli regge l’orizzonte”

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
