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Questo articolo è stato redatto con il supporto dell'Intelligenza Artificiale.

C’è un’italianità che non nasce nei grandi distretti della moda, ma nella provincia, nei piccoli paesi, nei luoghi dove i sogni si custodiscono in silenzio prima di diventare progetto. A Guardavalle Marina, sulla costa ionica calabrese, questa italianità ha il profumo dei tessuti naturali, il ritmo lento della sartoria e la memoria affettiva di una vecchia merceria di famiglia. Nei cassetti dei bottoni della nonna, Flavia Amato ha ritrovato molto più di semplici accessori: ha ritrovato un legame, una storia, una parte della propria infanzia. Da quei bottoni, un tempo gioco di bambina, oggi nasce una firma autentica. Piccoli frammenti di memoria che entrano nei capi di Malìa Lab e continuano a viaggiare, trasformando ogni abito in un racconto di radici, etica e bellezza.

Chi è Flavia Amato e quando nasce il tuo interesse per la moda?

Sono Flavia Amato, modellista e designer di abbigliamento calabrese. Sono cresciuta a Guardavalle, un piccolo paese della Calabria, e credo che il mio interesse per la moda ci sia sempre stato. La creatività ha sempre fatto parte della mia vita.

Ho frequentato il liceo artistico e ho un ricordo molto forte di mia madre che cuciva per me. Ero molto magrolina, minuta, quindi spesso doveva modificarmi i vestiti o cucirli su misura. Da bambina disegnavo già figurini e bozzetti di moda. La macchina da cucire, i tessuti, i modelli sono immagini che appartengono alla mia infanzia.

Qual è stato il tuo percorso di formazione prima della nascita di Malìa Lab?

Dopo il liceo artistico, come tanti giovani calabresi, sono andata via dalla Calabria pensando che qui non ci fosse nulla per me. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti e già in quel periodo avevo capito che la moda avrebbe fatto parte della mia vita.

Successivamente ho frequentato una scuola professionale di modellistica d’abbigliamento. È stato lì che ho compreso davvero quale sarebbe stata la mia strada. Mi sono formata come modellista e poi ho lavorato nelle Marche presso aziende terziste che realizzavano capi per importanti brand di moda.

Quando è nata l’idea di Malìa Lab?

L’idea è nata dopo un’esperienza lavorativa molto forte. Lavorando all’interno di aziende terziste, ho visto da vicino il lato meno raccontato della moda: processi produttivi poco trasparenti, materiali di scarsa qualità, costi reali molto bassi rispetto ai prezzi finali, dinamiche lontane dall’immagine patinata che spesso arriva al consumatore.

Io ero entrata in quel mondo con grandi aspettative, pensando di partecipare alla bellezza della moda, ma ne sono rimasta profondamente delusa. In quel momento ho capito che non volevo contribuire a quel sistema. Non volevo lavorare per una moda che non sentivo vera.

Da lì è nata la volontà di costruire qualcosa di diverso: una moda più genuina, più trasparente, più rispettosa del lavoro e dei materiali.

Perché hai deciso di tornare in Calabria?

La scelta di tornare in Calabria è maturata durante il percorso di incubazione presso l’Istituto Adriano Olivetti di Ancona, che aveva selezionato il mio progetto tra le startup innovative delle Marche e dell’Abruzzo. Per un anno ho seguito una formazione imprenditoriale completa, lavorando sul business plan, sul piano economico-finanziario e sullo sviluppo dell’idea.

Durante le mie ricerche sulle fibre naturali ho scoperto che la Calabria possedeva una storia tessile incredibile, quasi dimenticata: la seta, la ginestra, le fibre vegetali. Questa scoperta mi ha affascinata molto. Ho iniziato a immaginare un progetto che, nel tempo, potesse contribuire alla costruzione di una vera filiera tessile calabrese.

Alla fine del 2015 sono tornata a Guardavalle Marina. Ho ristrutturato un vecchio magazzino di mia nonna e nel maggio del 2016 ho aperto l’atelier fisico di Malìa Lab.

Che cosa rappresenta per te Malìa Lab: un brand, un laboratorio o una scelta di vita?

Malìa è nato come brand quando ero ancora nelle Marche. Nel 2015 ho lanciato la prima collezione per testare il mercato. Poi, con il ritorno in Calabria, è diventato un laboratorio.

Ma soprattutto Malìa è sempre stata una scelta di vita. Rappresenta i miei principi: il rispetto della natura, il rispetto del lavoro che c’è dietro un capo, la volontà di essere più sostenibili e di costruire qualcosa che abbia un senso.

Oggi, dopo quasi dieci anni, Malìa è diventato una creatura. Lo sento come un figlio: qualcosa che è nato, che continua a crescere, tra sacrifici, scelte difficili e tanto lavoro. È diventato parte della mia vita, anche perché questo progetto lo abbiamo costruito insieme a mio marito, che c’è stato fin dall’inizio.

 

Il tuo progetto nasce anche come reazione a un sistema produttivo poco trasparente. Quali esperienze ti hanno portata a scegliere una moda più etica e artigianale?

La svolta è arrivata quando ho lavorato in un’azienda terzista che produceva per grandi marchi. Sono entrata in quel contesto piena di entusiasmo, convinta di avvicinarmi al mondo della moda che avevo sempre immaginato. Invece ho visto una realtà molto diversa.

Ho visto capi venduti a prezzi altissimi, ma realizzati con materiali scadenti e con costi di produzione bassissimi. Ho visto dinamiche produttive poco trasparenti e una distanza enorme tra l’immagine comunicata al pubblico e la realtà del prodotto.

Per me è crollata l’idea di lavorare per grandi case di moda o di fare la modellista per un sistema in cui non mi riconoscevo. Mi sono detta: non voglio contribuire a tutto questo. Così ho scelto di andare per la mia strada.

Quali fibre utilizzi e perché sono importanti per il benessere del corpo e dell’ambiente?

Le fibre che utilizzo si dividono principalmente in due categorie. Da un lato ci sono le fibre naturali più antiche: seta, cotone, canapa, lino, ortica, lana, alpaca. Dall’altro ci sono fibre di origine naturale più innovative, nate come alternativa al sintetico, attraverso processi a basso impatto ambientale.

Tra queste utilizziamo cupro, fibra di alga, bambù, tencel, fibra di eucalipto, fibra di menta, aloe, ossido di rame e fibra di latte. Il grande valore di queste fibre è che sono traspiranti, termoregolatrici e capaci di mantenere il corpo asciutto e in equilibrio. Aiutano a conservare una temperatura corporea costante: caldo d’inverno e fresco d’estate. In base alla grammatura del tessuto, molti capi possono essere usati tutto l’anno. Alcune fibre hanno anche proprietà specifiche: possono essere igroscopiche, anti-UV, anallergiche o rilasciare benefici sulla pelle. La fibra di latte, ad esempio, nasce dallo scarto della caseina e, a contatto con la pelle, può rilasciare amminoacidi. Sono materiali pensati non solo per vestire, ma anche per far stare bene il corpo.

Che ruolo hanno le certificazioni nella scelta dei materiali?

Le certificazioni hanno un ruolo molto importante, soprattutto perché oggi anche il tema della sostenibilità rischia di essere usato in modo superficiale. Noi scegliamo solo tessuti prodotti in Italia, sia quando li facciamo realizzare dai nostri tessitori sia quando selezioniamo deadstock, cioè eccedenze di magazzino. Il deadstock non è automaticamente sostenibile. Bisogna conoscere la composizione del tessuto, la provenienza e il modo in cui è stato prodotto. Per noi è fondamentale che la composizione sia naturale e che la filiera sia controllata.Le certificazioni sono un sigillo di garanzia, soprattutto per le fasi più delicate e impattanti: tintura, mordenzatura e finissaggio. Sono processi che possono essere molto inquinanti se non controllati. Le certificazioni ci permettono di verificare che siano stati rispettati protocolli ecologici e che i tessuti non contengano sostanze chimiche pericolose o metalli pesanti.

 

Come nasce concretamente un capo Malìa Lab?

Un capo Malìa nasce dalla scelta del tessuto. È il tessuto stesso a ispirare il progetto. Dopo averlo selezionato, immagino la fisicità per cui quel capo sarà pensato e indossato.Poi si passa alla progettazione del cartamodello, alla realizzazione del prototipo e alla fase di sdifettamento. Solo dopo questo percorso il capo viene proposto. Tutto avviene all’interno dell’atelier: non ci sono fasonisti esterni, perché vogliamo seguire direttamente ogni fase.

Perché hai scelto la produzione made to order?

All’inizio avevo realizzato una micro-collezione con alcuni capi disponibili in varie taglie. Poi mi sono resa conto che anche questo avrebbe generato magazzino, invenduto e quindi spreco.Per me la materia prima è preziosa e non va sprecato nemmeno un millimetro di tessuto. Inoltre, lavorando con le clienti, mi sono resa conto che ogni donna ha una fisicità diversa. In dieci anni non ho mai avuto due clienti con le stesse misure. Una cliente può avere una taglia in vita e un’altra sui fianchi. Perché farle arrivare un capo che magari le piace, ma non le veste bene? Da qui è nata la scelta di realizzare i capi su misura e al momento dell’ordine. In questo modo produciamo solo ciò che è già richiesto, evitando sprechi e delusioni.

Quanto conta il recupero degli scarti tessili?

Per noi gli scarti praticamente non esistono. Ogni parte del tessuto viene messa da parte e riutilizzata. I ritagli possono diventare packaging, campioncini, inserti su altri capi o dettagli particolari. L’unico vero scarto è il piccolissimo residuo prodotto dalla tagliaecuci quando il tessuto viene rifilato. Tutto il resto viene recuperato e trasformato.

Che valore hanno i bottoni recuperati dalla merceria di tua nonna?

I bottoni hanno per me un valore sentimentale altissimo. Da bambina ci ho giocato per anni insieme ai miei cugini. Mia nonna aveva una merceria e, dopo aver chiuso la bottega, aveva conservato tutti quei bottoni nello stesso luogo in cui oggi si trova il mio atelier. Quando li ho ritrovati è stato emozionante. Usarli nei capi significa lasciare una parte di me, dei miei ricordi e del legame con mia nonna. È come se lei fosse ancora con me, ad aiutarmi e a sostenermi. Per me quei bottoni sono una firma autentica. Continuano a vivere nei capi e viaggiano nel mondo insieme alle donne che li indossano.

Perché il logo di Malìa Lab richiama il fuso?

Il fuso richiama l’idea della filatura e della tradizione tessile. Quando sono tornata in Calabria avevo già in mente il desiderio di costruire, un giorno, una filiera calabrese. Volevo un simbolo che parlasse della quotidianità dei nostri nonni, di una cultura in cui tessere e filare erano gesti comuni. Il fuso rappresenta il sapere manuale, la memoria e l’identità del nostro popolo. Inoltre richiama anche l’immaginario delle fiabe, il fuso incantato. Malìa significa incantesimo e richiama anche il termine popolare “magaria”. Per questo il fuso è diventato il simbolo perfetto del brand.

Quanto è importante recuperare e tramandare il sapere tessile calabrese?

È fondamentale. Recuperare il sapere tessile calabrese è diventato parte integrante del progetto Malìa. Con il progetto Origine abbiamo iniziato a lavorare proprio in questa direzione: recuperare i telai, proporre accessori e tessuti a telaio calabrese, valorizzare la ginestra e le fibre locali. È un percorso lungo, che richiederà tempo, ma abbiamo già iniziato a mettere i primi mattoncini. La cosa più importante è aver capito che è possibile farlo. Mi sta a cuore perché abbiamo già perso molto della nostra memoria tessile e molte cose purtroppo non torneranno più. In un mondo sempre più consumistico, meccanico e industriale, credo sia importante salvare e portare avanti questi antichi saperi.

Fare impresa al Sud, da donna e in un settore complesso come la moda, quali difficoltà comporta?

Fare impresa al Sud è difficile, anche al di là dell’essere donna. Sei lontana da molti circuiti, da molte opportunità, da molti strumenti. Secondo me manca ancora un aiuto concreto da parte delle istituzioni. Esistono fondi europei e possibilità di finanziamento, ma spesso mancano le sedi, i consulenti e le persone capaci di accompagnare davvero le imprese nell’accesso a questi strumenti. Quello che io ho costruito in dieci anni, reinvestendo i guadagni delle vendite, avrei potuto forse realizzarlo in tre anni con un supporto adeguato. Per quanto riguarda l’essere donna, nel settore moda non ho incontrato gli ostacoli che probabilmente si trovano in altri ambiti. Però esiste ancora un cliché: quando io e mio marito ci presentiamo insieme, spesso lui viene percepito come l’imprenditore e io come la sarta. Nulla contro la sarta, che considero un mestiere nobilissimo, ma il problema è l’immagine stereotipata della donna che cuce e dell’uomo che dirige.

Quali risorse può offrire la Calabria a un progetto creativo come il tuo?

 

La Calabria ha risorse naturali, paesaggistiche e soprattutto umane. Abbiamo terreni lasciati incolti, dove cresce spontaneamente la ginestra e dove si potrebbero coltivare canapa, lino e altre fibre.

Servirebbe fare rete, creare consorzi, collaborazioni e filiere. Questo manca ancora molto: spesso si tende a restare chiusi nel proprio. Però quando si trova il terreno giusto, nascono collaborazioni importanti, come quella con Nido di Seta, con cui lavoriamo sulla seta e su altri piccoli progetti. La Calabria potrebbe offrire moltissimo, se sostenesse davvero le imprese locali e rendesse più accessibili i fondi e gli strumenti per investire restando nella propria terra.

Come definiresti lo stile Malìa Lab?

Lo definirei senza tempo, pulito, raffinato. Aggiungerei anche pratico e versatile. Per me un capo deve poter essere vissuto davvero. Deve andare bene per il lavoro, per il quotidiano, per un’uscita o anche per una cerimonia. Non deve essere il classico abito che si indossa una sola volta e poi resta nell’armadio. I capi Malìa sono pensati per durare, per essere amati e utilizzati in occasioni diverse.

A quale donna pensi quando crei i tuoi capi?

Penso alle donne reali, alle loro fisicità, alle loro esigenze. Ogni corpo è diverso e ogni capo deve aiutare a valorizzare, non a nascondere o costringere. Quando disegno un pantalone, ad esempio, posso pensare a una donna che soffre di gonfiore addominale o che ha bisogno di sentirsi comoda senza rinunciare all’eleganza. Un altro capo può essere pensato per valorizzare fianchi più pronunciati. Studio i capi in base ai corpi, alla praticità e alla possibilità di essere utilizzati negli anni. Voglio che siano capi da amare, non da subire.

Secondo te, oggi la moda può essere davvero glamour senza rinunciare all’etica?

Sì, la moda può essere glamour senza rinunciare all’etica. Però, per come è strutturato oggi il sistema moda, servono molti cambiamenti. La moda attuale, così com’è, fatica a essere contemporaneamente glamour ed etica. Ma qualcosa sta cambiando. Non sono più l’unico brand a ragionare in questa direzione: ce ne sono molti altri e il consumatore è sempre più attento. Forse anche dalla crisi del lusso può nascere qualcosa di positivo. Le persone iniziano a chiedersi perché dovrebbero pagare cifre altissime per capi che poi non hanno una reale qualità nei materiali. Quando il consumatore diventa più consapevole, anche la moda è costretta a cambiare. Non serve avere trecento cappotti o trecento magliette. Si può scegliere di spendere lo stesso budget in pochi capi di qualità, fatti bene e destinati a durare.

C’è un capo o una collezione che senti più rappresentativa del tuo percorso?

Non ho una collezione unica che sento più rappresentativa, perché Malìa non lavora come un brand tradizionale basato su collezioni stagionali chiuse. È come se fosse un’unica collezione in continua evoluzione. Ci sono capi che porto avanti dal primo anno, come la gonna Ester, che nel tempo ho riproposto in nuovi tessuti e migliorato in base alle richieste delle clienti. Ogni capo aggiunge un tassello al percorso e si evolve insieme al brand.

Quali sono i prossimi obiettivi di Malìa Lab?

Il primo obiettivo è continuare a far crescere Malìa, ampliando il brand e lavorando con nuovi tessuti naturali e innovativi che oggi il mercato rende sempre più disponibili. Un altro obiettivo importante è la formazione. Vorremmo entrare di più nelle scuole, creare laboratori, partecipare a progetti didattici e accogliere i ragazzi anche nel nostro atelier. Mi interessa formare giovani menti appassionate, far capire che non è necessario andare per forza a Milano per lavorare nella moda.

Parallelamente continuiamo a portare avanti il progetto della filiera, in particolare il lavoro sulla ginestra. È un cardine fisso del progetto Malìa e procede ogni giorno, insieme al brand.

Che consiglio daresti a una giovane creativa calabrese che sogna di lavorare nella moda senza lasciare la propria terra?

Le direi di buttarsi. Non è necessario farlo per forza a Milano. Credo sia importante andare fuori per studiare e formarsi, perché uscire dalla propria zona di comfort apre la mente. Bisogna riempire la valigia di esperienze, studio, ricerca e ispirazione. Ma poi bisogna tornare. Tornare con quella valigia piena e provare a costruire qualcosa qui. In Calabria c’è molto da offrire. Certo, bisogna rimboccarsi le maniche e spesso si parte da zero, ma si può fare. Vorrei anche formare persone che un domani possano unire le forze, collaborare, crescere insieme. Mi piace molto l’idea di formare non solo per creare lavoratori, ma per costruire possibilità. Chi investe nella propria terra deve lavorare il doppio, ma può essere ripagato anche dalla qualità della vita, dal legame con il luogo e dalla possibilità di dare valore a ciò che spesso noi stessi non vediamo.

Grazie Flavia: con piacere raccolgo le tue parole come un augurio prezioso per i miei studenti e per tutti i giovani che sognano di entrare nel mondo della moda, della sartoria, del design e della creatività. Andare via, talvolta, è necessario. Serve a studiare, a formarsi, ad aprire lo sguardo, a misurarsi con altri contesti e con nuove possibilità. Ma partire non deve significare dimenticare. La vera sfida è riempire la propria valigia di esperienze, competenze, ricerca e ispirazione, per poi avere il coraggio di tornare e costruire. Ai giovani auguro proprio questo: di non rinunciare ai propri sogni, di non pensare che il talento debba necessariamente vivere altrove, di credere nella forza della formazione e nella dignità del lavoro artigianale. La moda non è soltanto immagine, passerella o tendenza; è studio, tecnica, materia, corpo, pazienza e responsabilità. La Calabria ha bisogno di giovani capaci di guardarla con occhi nuovi. Ha bisogno di mani preparate, di menti curiose, di creativi disposti a trasformare le radici in futuro. Chi sceglie di investire nella propria terra dovrà forse lavorare il doppio, ma potrà contribuire a restituire valore a ciò che spesso noi stessi non riusciamo più a vedere. Che questo racconto possa essere, per i miei studenti e per tutti i giovani che desiderano entrare in questo mondo, un invito a formarsi con serietà, a credere nel proprio percorso e a costruire possibilità. Perché anche da un piccolo paese, anche da un laboratorio di provincia, anche da un cassetto pieno di bottoni e di memoria, può nascere una storia capace di parlare al mondo.

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