
Questo articolo è stato redatto con il supporto dell'Intelligenza Artificiale.
Si è rivelato un successo di pubblico e di profonda intensità intellettuale la giornata svoltasi presso la Casa Grecanica di Bova. Il borgo, cuore pulsante dell’Area Grecanica, è stato teatro di un appuntamento culturale, dove il linguaggio delle immagini e quello della parola si sono intrecciati per indagare l’essenza stessa di una terra che non smette di interrogare il presente: l’Aspromonte.
La giornata ha preso vita con l’inaugurazione della mostra di pittura “I merie tis kardìamu” – “I luoghi del mio cuore”, a cura della professoressa Giulia Gulli. Le opere esposte hanno regalato ai presenti un suggestivo percorso visivo, uno spaccato di bellezza che evoca la tranquillità, l’amenità e gli archetipi di un mondo agropastorale che, pur svanendo nella realtà quotidiana, permane nitido nella memoria collettiva. La mostra, tuttavia, è andata oltre la semplice nostalgia: è stata un autentico viaggio verso l’Oriente.

Accanto agli ulivi d’argento e agli asinelli, simboli di una terra aspra, sono emersi dervisci danzanti. Queste figure, che richiamano le radici ottomane e greche della famiglia dell’artista, hanno creato un ponte ideale tra le sponde del Mediterraneo, rivelando una Calabria intesa come cerniera tra mondi, aperta e plurale.
Questo dialogo tra le radici e l’orizzonte ha trovato il suo naturale prosieguo nell’incontro con Gioacchino Criaco, occasione per addentrarsi nelle pagine dell’ultimo romanzo dell’autore, “Dove canta il cuculo” (Piemme). Il pubblico ha potuto confrontarsi con una delle penne più incisive della narrativa contemporanea, scoprendo quella “fantastica geometria narrativa” che caratterizza l’opera: un intreccio che fonde una trama criminale, dal taglio noir e pulp, con una descrizione romantica e struggente dell’Aspromonte. Nella visione di Criaco, l’Aspromonte — etimologicamente “montagna di luce” — diventa il vero “luogo dell’anima” in cui la modernità scontra la sua crisi più profonda. Si è riflettuto su come la globalizzazione e il predominio dell’economia stiano minacciando la natura e la volontà umana di restare legati a territori archetipali. Protagonisti “imborghesiti” si scontrano con l’eredità atavica della figura del pastore, che Criaco riabilita da ogni stereotipo: lungi dall’essere una figura arcaica, il pastore è il filosofo della natura, colui che, a contatto con gli elementi, custodisce l’esperienza atavica dell’umanità, capace di stupore e amore per il bello. In questo contesto, il calabrese emerge come un “doppio Ulisse”, un viandante sospeso in un eterno viaggio tra la necessità di partire e il bisogno viscerale di ritrovare se stessi, in un perpetuo ritorno alle origini.

La straordinaria umanità di Criaco ha saputo abbattere le distanze, trasformando la presentazione in una conversazione intima e partecipata. L’autore ha concluso il suo intervento con una riflessione potente, una sorta di manifesto sul senso del “paese” nella società contemporanea. Citando Pavese, Criaco ha ricordato che un paese è tale solo se non lascia nessuno solo; nei territori autoctoni, dove prevale il senso della polis, il paese non appartiene a chi lo abita, ma diventa casa comune attraverso l’ospitalità e la partecipazione attiva. “Non è greco un paese che non accoglie, non è aspromontano un paese che non raccoglie, non è tale un paese che respinge”, ha chiosato lo scrittore, indicando nell’accoglienza la misura ultima della nostra civiltà.L’evento è stato arricchito dai saluti del liutaio Francesco Siviglia, Responsabile della Casa Grecanica, che ha riaffermato il ruolo della struttura come presidio culturale essenziale, e dall’intervento del Sindaco di Bova, Dott. Santo Casile, che ha portato i saluti ufficiali dell’amministrazione comunale, confermando l’impegno costante nella valorizzazione del patrimonio identitario. Inserita nel contesto di “Area Grecanica in Tour”, la giornata di Bova ha lasciato un segno indelebile, confermando come, attraverso la cultura e l’arte, sia ancora possibile riscoprire il valore profondo di abitare un luogo, trasformandolo in un centro del mondo.

Domenico Principato è nato il 19.05.1985, fossatese di origine, si è laureato in legge con due tesi sulle consociabilità storiche e moderne e sulla rivisitazione della legge Spadoni Anselmi. Già giovane scrive il romanzo Parole d’assalto e inizia l’attività di Terzo Settore con i Fossatesi nel mondo, occupandosi di cultura. Vive da quattro anni a Bova Marina, dove collabora con l’Associazione socio-culturale Thétis APS. Ritornato in Calabria dopo tre anni di pubblica amministrazione nel Nord Italia, lavora a Reggio Calabria sempre nella p.a. . Si occupa di storia, saggistica, sviluppo sociale dei paesi in via di spopolamento e continua nella ricerca sulle consociabilità meridionali. È impegnato nel diffondere la cultura in genere.
