
L’ultimo giorno di scuola è arrivato, fra il 6 e il 10 giugno, nelle nostre regioni italiane. Per una manciata di settimane gli studenti usciranno dalla routine e le loro menti riprenderanno possesso delle quattro o cinque ore al giorno trascorse in aula, tornando libere di “sognare a occhi aperti”. Sì, perché lavorando con insegnanti di vari ordini di scuole allo sviluppo di conoscenze, competenze e strumenti per la comunicazione efficace, abbiamo chiesto loro con quali parole si sarebbero rivolti ai loro studenti se li avessero sorpresi a “sognare a occhi aperti” durante le lezioni.

Volevamo verificare una scomoda constatazione raccolta da Thomas Gordon fra i partecipanti da tutto il mondo ai suoi corsi di Teacher Effectiveness Training, rivolti alla formazione di insegnanti efficaci. I nostri insegnanti quali parole avrebbero rivolto agli studenti in quella situazione? Se l’alunno incide il suo nome sul banco il problema appartiene chiaramente all’insegnante; ma se è distratto, guarda fuori dalla finestra e appare “svagato”, chiedeva Gordon, di chi è il problema? Alla fine, le risposte dei docenti italiani e stranieri dimostravano che se l’insegnante vede un allievo in atteggiamento “sognante” o mentalmente “assente” durante una spiegazione, reagisce talvolta con tatto ma molto più spesso ricorre a una forma di comunicazione inefficace, chiamata «linguaggio di rifiuto». Eccone alcuni esempi: «Dove siamo, nel mondo dei sogni?», «Svegliati Alice! È stato bello stare nel Paese delle meraviglie?», «Terra chiama… Terra chiama… Rispondi», «Pronto, ci sei?», «Hai la testa fra le nuvole, sentiamo: a cosa stai pensando!?», «Sei a scuola, coraggio che adesso suona la campanella», «Sei andato a letto tardi ieri sera?», «Francesca, dormi??? Voglio che mi guardi negli occhi quando spiego», «Sveglia!!!», «Ripeti quello che ho detto!», «Finisci la mia frase!», «Se continui così informo i tuoi genitori della tua scarsa autonomia», «Ti distrai continuamente e non pensi mai che ti trovi in classe», «Spiegami il motivo per cui non ti interessa ciò che ti dico», «Pronto? Sei collegato? Forse non te ne sei accorto ma io sono qui!».
E dire che ritirarsi, fantasticare e sognare a occhi aperti sono tutti comportamenti utilizzati dai ragazzi quando gli adulti cercano di tenerli sotto controllo. Gli psicologi li chiamano «meccanismi di coping» (dall’inglese cope, “far fronte a qualcosa”). Ognuno di questi comportamenti provoca risposte di reazione del controllante; ma la carica negativa del sarcasmo o dell’ironia dell’insegnante ha il solo risultato di favorire confusione, perdite di tempo e mancanza di comunicazione. Taluni insegnanti, presi da sfinimento, cercano di catturare l’attenzione con quelle frasi o parole-shock non solo per richiamare l’allievo ma addirittura per indurlo volontariamente in imbarazzo, suscitando un senso di oppressione, disagio e diffidenza. Ma provocazioni, scherno e dileggio sono la via più facile, sono la resa dell’adulto di fronte alla propria mancanza di strumenti per la comprensione e la gestione delle sottili dinamiche dei giochi di potere fra educatori e educati, fra genitori e figli, fra leader e sottoposti: tutte abilità che richiedono un pensiero di ordine più alto.
Dal canto suo, la pedagogia che si fa strada in classe, costretta a indossare i panni stretti della frammentazione delle discipline e di talune tecnologie digitali poco consone alla crescita, non riesce pienamente a far proprie le conquiste delle neuroscienze e della psicologia del profondo e forse non cerca la familiarità con le nuove mappature della coscienza conseguite dalla psicologia transpersonale. L’insegnante medio forse pensa di poter fare bene il proprio lavoro solo quando si sta rivolgendo a persone in stato di elaborazione cognitiva attenta ai dettagli, all’uso del linguaggio e ai pensieri logici-razionali, cioè solo di fronte a un gruppo di allievi sintonizzati sulle onde Beta, la gamma di frequenza dell’attività cerebrale umana compresa tra 12,5 e 30 Hz. Ma è davvero così? Nello “stato di flusso”, ben noto agli artisti e ai creativi, le onde rallentano dalla normale attività Beta alle più lente onde Alfa. La meditazione, la creatività e il sogno a occhi aperti si realizzano attraverso il ritmo Alfa. Quindi, se un docente spiega a uno studente in stato di onde Alfa o in stato di attività Beta, che differenza c’è? Poniamoci queste domande. Nella comune accezione il concetto di “immaginario” implica uno stato utopistico, di non-realtà, che si esplica all’interno del soggetto e della sua “fantasia”. Ma se non riusciamo più a parlare dell’immaginario eccetto in termini di “fantasia”, sostiene Henry Corbin, se non possiamo utilizzarlo o tollerarlo che così, forse abbiamo dimenticato le regole e le norme che sono responsabili della funzione cognitiva o immaginativa. La questione cruciale è: come e perché la nostra facoltà immaginale è stata sminuita o fraintesa?
Recuperare il senso profondo dell’azione educativa è un’impresa irrinunciabile e giocherà un ruolo meraviglioso e importante nelle aule materiali e virtuali di scuole e accademie, per ristabilire il giusto equilibrio fra logica e intuizione e per ridare dignità a tutte le frequenze cerebrali coinvolte nella nostra comprensione del mondo. Prima o poi, sarà necessario rivoluzionare la didattica integrando quelle vie di apprendimento che consentono di imparare anche dalla gamma di frequenze minori, oggi trascurate a vantaggio delle onde Beta. Fra ora e settembre, intanto, perché non mettere da parte i libri e meditare sul noto aforisma di Einstein: «L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione».
Per approfondimenti, cfr. Cherubini, N. 2021. Pedagogia dell’immaginario: entanglement, percezione immaginale e linguaggio per risanare il circolo ermeneutico dell’attenzione e del processo cognitivo – Parte I, in «Lingua In Azione», 1, 5/2021. Libero accesso: https://www.academia.edu/168042219/Pedagogia_dell_immaginario_entanglement_percezione_immaginale_e_linguaggio_per_risanare_il_circolo_ermeneutico_dell_attenzione_e_del_processo_cognitivo_Parte_I

Autrice, docente, formatrice di formatori, si è specializzata in didattica delle lingue, con un focus sull’insegnamento dell’italiano a stranieri e in percorsi CLIL di educazione linguistica e educazione affettiva (Social and Emotional Learning). Fra le sue esperienze professionali si contano docenze presso università in Stati Uniti, Belgio e Italia e la formazione e supervisione come Italian Curriculum Consultant preso lo State Education Department di New York. Ha curato la condirezione di programmi Study Abroad in Italia ed è cofondatrice di associazioni educative olistiche (Villaggio Interculturale/Cross-Cultural Village; e Scuola del Ponte dell’Arcobaleno di Firenze). Continua a svolgere un’intensa attività editoriale come autrice di saggi e di numerosi articoli accademici su linguistica applicata, glottodidattica, metodi didattici innovativi e come traduttrice editoriale. Pubblica poesia. I suoi progetti rappresentano un approccio olistico alla glottodidattica e alla formazione, con un modello educativo che integra lingua, contenuto, competenze socioemotive e apprendimento esperienziale, mirando sia allo sviluppo individuale degli studenti sia al rafforzamento della professionalità dei docenti con un approccio centrato sull’apprendente e sull’interazione tra conoscenza, emozioni e creatività.
