Una poetica precisa come un rasoio sulla vita… lenta come la logica sulla rabbia.
C’è un’urgenza quasi metallica, una vibrazione geometrica che graffia le pareti dell’anima prima ancora di farsi verso, nell’istante esatto in cui la logica cartesiana smette di essere freddo rifugio del dubbio e si tramuta nell’ossatura portante di una rivolta interiore.
La presentazione di Adagio cartesiano, l’ultima fatica letteraria di Maria Buongiorno pubblicata da Pasquale Gnasso Editore, svoltasi nella prestigiosa cornice del Conservatorio Santa Cecilia a Roma nell’ambito della rassegna Alziamo il Volume, non è stata una semplice cerimonia di parole, ma un vero e proprio manifesto sensoriale, un crocevia in cui la poesia ha teso la mano alla musica e all’arte visiva per generare un’esperienza umana totale e indimenticabile.
Questo libro raccoglie in sé la fiera eredità di quella lirica che non cerca la consolazione, bensì il superamento del fallimento attraverso la precisione meticolosa del significante, richiamando le sponde di maestri immensi ma distanti dal baccano mondano, come la lucida e drammatica purezza dell’ungherese János Pilinszky o la densità esistenziale di un grande dimenticato nella sua stessa tragica chiaroveggenza come Salvatore Quasimodo, capaci di estrarre dalle macerie del silenzio una struttura geometrica immutabile.
Il testo si articola su una rigorosa architettura di sedici componimenti, un richiamo esplicito alla stabilità originaria del codex ligneo, predecessore della pergamena e della carta, muovendosi con il passo solenne e incalzante di una prosa poetica filosofica priva di a capo consolatori , dove la res cogitans e la res extensa non si limitano a coesistere, ma si sfregano erosivamente in una tensione continua che brucia come polvere al crepuscolo.
C’è una carica rabbiosa e sotterranea che pulsa tra queste pagine, una rabbia che non urla ma calcola, che rivendica il diritto di abitare la propria angoscia esistenziale per scardinarne i limiti ordinari e rintracciarvi un senso superiore, specchiandosi nell’incalzante metronomo di un tempo copernicano che trasforma l’esilio della carne in suprema armonia barocca.
Durante la serata al Conservatorio, curata con vibrante sensibilità da Carla Conti e Roberto Giuliani, questa sinfonia del dubbio ha trovato il suo corpo vivente: le note del pianoforte del Maestro Emiliano Manna hanno guidato il pubblico lungo i precipizi inconsci del testo, dialogando con la purezza assoluta del soprano Arianna Morelli e l’evocativa, cristallina innocenza della Voce bianca del Teatro dell’Opera di Roma Sofia Paterni, mentre il Maestro Francesco Traversi ha compiuto l’alchimia di trasmutare l’anima stessa dei versi in una lettura sonora che ha letteralmente squarciato l’aria.
A tessere i fili visivi di questo viaggio è stato l’intervento del Maestro Diego De Nadai, interprete storico dell’autrice e curatore della postfazione del volume, le cui proiezioni video hanno amplificato la sinestesia perfetta già innescata nel libro dai collage astratti di Edith de Hody Dzieduszycka, capaci di sospendere lo sguardo nel vuoto vitale che separa la parola dall’immagine. Nell’addensarsi di un ascolto che si è fatto respiro collettivo, tra le note di una Suite barocca e l’ombra ferita di Dimensione radiante, Maria Buongiorno costringe il lettore a varcare la soglia del sacro senza preconcetti, attraversando le tre fasi dell’alchimia interiore: la morte della nigredo, la purificazione dell’albedo e il fulgore trasfigurante della rubedo… per approdare infine a quel coraggio ardente di Restare, di non fuggire di fronte alla nera signora, ma di interrare il seme nella terra rossa della coscienza per rinascere filo d’erba, filamento di seta indissolubilmente legato alla totalità dell’universo.
È qui che la quadratura del cerchio cartesiano si compie sbalordendo persino le formiche dinanzi alla vastità del mondo, perché il tempo, come ha ricordato la prefatrice Marina Petrillo, smette di essere cronologia e diventa respiro inattuale, un soffio eterno che non attende la morte ma esige la verità, lasciando che la poesia trionfi oltre ogni possibile tregua, come una carezza infuocata sull’architrave della vita.
Ma per comprendere davvero il nucleo bruciante di questo volume, bisogna stracciarne la veste accademica, sezionarne a mani nude la carne sintattica e penetrare nell’ossesso anatomico del testo, dove l’autrice dichiara espressamente che «siamo lo sfregamento erosivo tra cumuli che devono tornare polvere». È un’affermazione feroce, una condanna lucida che priva la razionalità di ogni morbida illusione e la getta nel vuoto di un’entropia trionfante. Maria Buongiorno non scrive per arredare la mente con aggettivi compiacenti, ma compie un’operazione di decostruzione totale: sventra il concetto stesso di sopravvivenza per dimostrare che ogni nostra certezza non è che un reticolo cristallino alterato dal gelo di un atomo fuori posto.
Aprendo questo testo, si scopre che la poesia si comporta come un rasoio sulla pelle; non è carezza, è incisione. La logica cartesiana viene utilizzata non come un fine rassicurante, bensì come uno specchio deformante in cui l’onnipotenza dell’intelletto scopre la propria strutturale impotenza esistenziale. Questa dicotomia insanabile, posta al bivio esatto tra psicologia e matematica, diventa la prigione dorata e l’inferno quotidiano di chiunque cerchi una misura razionale al dolore. Qui si consuma la grande menzogna protettiva che tutti noi stringiamo tra le dita quando rifiutiamo di guardare l’abisso: ci ubriachiamo di giudizio e compiliamo elenchi ipocriti di doveri pur di non ammettere che stiamo giocando una partita a poker dove tutti gli assi sono stati usati.
La Buongiorno denuda questa finzione collettiva. Ci rivela che siamo gusci vuoti di granchi consumati dal sale marino, relitti biologici che galleggiano su uno stagno ormai secco, aggrappati disperatamente all’inganno dei ricordi per giustificare un presente che evapora come l’aria. Eppure, in questa demolizione sistematica del reale, la lirica sprigiona la sua poesia più effimera e bugiarda, la stessa di cui l’essere umano si nutre per non impazzire di fronte alla finitudine delle cose. È la poesia delle «venti margherite» che crescono e riecheggiano in un crepuscolo denso che silenziosamente le inghiotte. Esse simboleggiano la bellezza fragile e indifesa che nessuno vuole più vedere, suppliche dell’adesso intrise di una libertà che fa spavento.
Questa lirica si fa portatrice di una verità universale e dolorosa: l’isolamento dell’io interiore, quel sussurro sordo che ha perso il verbo ed è rimasto muto lungo il cammino arido che separa la culla dal sepolcro. È l’esatto ritratto di ciò che cerchiamo disperatamente nella vita quando rifiutiamo di affrontarla: una distrazione radiante, un sotterfugio al martellante dominio della ragione. Vogliamo risposte razionali, vogliamo l’algebra e le frazioni che spieghino il caos, e invece ci ritroviamo conficcati in un “non-dove epidermico”, equilibristi nudi sospesi su una fune di addii e di rinunce.
La rabbia cartesiana della silloge risiede precisamente in questo rigore esecutivo, in questa implacabile asimmetria ritmica che rifiuta il lirismo consolatorio per costringere il pensiero a perdersi nei labirinti e nelle tracce ambigue lasciate dal tempo. Ma l’inganno supremo del testo, ed è qui che risiede il suo effetto più sconvolgente, è che questo viaggio attraverso la spoliazione e la nullità non sfocia nel nichilismo sterile, bensì in una profonda e quasi mistica trasmutazione alchemica. Quando la carne capitola, quando il silenzio si impone come un lemma assoluto e definitivo per salvare l’essenza stessa dell’ascolto, l’autrice compie l’ultimo, grandioso paradosso poetico. Accetta la caduta. Decide di cedere, di lasciarsi scivolare tra le foglie morte e i bronzi delle roveri, offrendo il proprio corpo disfatto alla terra. Ma lo fa non come un atto di resa incondizionata, bensì come una metempsicosi vegetale: il morto seme rinasce filo d’erba.
In questa metamorfosi, l’angoscia individuale si dissolve nell’Anima Mundi, e l’atto del morire si ribalta miracolosamente in una suprema benedizione alla vita. È la poesia che si fa menzogna vitale per svelare l’unica verità possibile: l’universo non ha angoli né linee, e solo spezzando la gabbia delle nostre circostanze visibili possiamo finalmente volare, leggeri e inattuali, nel paradiso dei fiordalisi.
Per ascoltare alcune estratti basta cliccare sui seguenti link:
https://youtu.be/l1Pn8yBZ130?list=PLUbWBzIaGTEtLkZ8yocdPoW5rMb-VD-MV

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
