Non posso fare a meno di pensare a mia madre, mentre sto sbobinando la filippica pronunciata dal Sostituto Procuratore Generale di Lecce Salvatore Cosentino contro la “coltivazione del dolore”, come lui l’ha definita in cuor di metafora durante presentazione del libro Le chiavi della mente, di Perla e Pasquale Romeo, tenutasi il 6 giugno all’ex convento dei Minimi, durante una intensa serata organizzata dalla dottoressa Concetta Gioffrè, presidente della sezione Riviera dei Gelsomini della Croce Rossa Italiana.
Salvatore Cosentino è un magistrato e autore teatrale, una figura di spicco nel panorama giuridico e culturale salentino, noto per il suo impegno nell’umanesimo giudiziario e per coniugare l’esperienza in tribunale con la passione per il teatro. I suoi spettacoli vengono spesso portati in contesti educativi, piazze e anche all’interno delle carceri.
“In nomen omen”, ha esordito il Procuratore alla maniera dei latini, partendo da un incipit scoppiettante, che ha elevato la curva di attenzione su una irresistibile traiettoria di ilarità, all’ascolto degli anagrammi deliranti ricavati dai nomi dei nostri uomini politici. Secondo il detto, il nome è un presagio o è il destino stesso della persona, e in taluni anagrammi la corrispondenza era di una comicità travolgente. Poi, però, il Procuratore è passato alle cose serie, trasportando l’uditorio nella dimensione psichica del dolore e della sua gestione. Cosentino conosce il dolore, sicuramente per professione, probabilmente per affinata sensibilità personale, quasi certamente per vocazione e per missione di vita. Altrimenti non avrebbe potuto agganciarsi con tanto ardore e veemenza alla “tesi del cuore pulsante della motivazione come motore per trasformare la mente” e al bisogno di “trascendere se stessi”, due dei temi ventilati dal saggio dei Romeo.
Il dolore è un brutto male, si infiltra nelle pieghe dell’anima e le infetta con un senso di ineluttabilità che oscura ogni altra via di fuga verso la dimensione luminosa delle cose, del sentire, del fare, della vita terrena. Il Procuratore Cosentino ci ha fatti scendere abilmente nel nucleo del problema, parafrasando e rispecchiando per noi la questione cruciale dell’attaccamento al dolore, attraverso una semplice metafora. Citiamo qui un passo importante del suo ragionamento.
«La mia impressione personale è questa: si passa la maggior parte della propria vita a occuparsi e a temere cose che non accadranno mai. Un mio vecchio zio diceva: “Io non mi preoccupo, io mi occupo delle cose”. E quindi siamo un po’ come dei giardinieri del dolore, coltiviamo il nostro dolore. (…) Quando il dolore arriva, noi lo coltiviamo, sì, lo coltiviamo, gli diamo acqua, tempo, gli parliamo, e poi ci stupiamo se quello cresce. “Perché sto male? Perché continuo a pensarci?” Perché lo stai annaffiando, amico mio. E il dolore cresce, rigoglioso, forte, perché c’è una cosa che non diciamo mai: il dolore dà un’identità. Senza il dolore che sei? Se smetti di pensarci, cosa resta: il silenzio, no? Quello, il silenzio, spaventa più del dolore. Perché il dolore, almeno, pesa, e quando qualcosa ti pesa allora torni lì, sempre lì, sullo stesso ramo sul quale ci appollaiamo per segarcelo. Poi il ramo scricchiola (…). Se non scricchiola, che fai? Scendi? No. Inizi a segarlo: che senso ha? Nessuno. Eppure lo facciamo tutti, con precisione, con dedizione, con cura quasi artigianale: tagli piccoli, mai troppo grandi, perché non vogliamo cadere subito, vogliamo prolungare, allungare, godere. Sì, godere di quella lenta inevitabile caduta. (…) E mentre lo facciamo ci raccontiamo che non abbiamo scelta: “Non posso farci niente” “È più forte di me”. È così? No, è che non vuoi smettere tu, perché smettere significa perdonare –gli altri forse, ma soprattutto perdonare te stesso, ed è quella la cosa più difficile, perché vuol dire guardarsi allo specchio e riconoscere di aver sbagliato.»
Mia madre si chiamava Dolores. Si tratta di una parola spagnola che significa “dolori” ed è ripresa da uno dei titoli della Madonna, María de los Dolores (“Maria dei Dolori”). Quel nome glielo diede suo padre dicendo: “Questa bambina è nata in un momento di dolore nella nostra famiglia”. Mia madre ha portato su di sé per tutta la vita quel peso che un giovanissimo, amorevole e ignaro padre in fin di vita le aveva imposto poco prima di morire per una cancrena alla gamba mal curata, all’inizio degli anni Venti. Mamma aveva pochi mesi, così credo di ricordare, quando sua madre restò vedova poco più che ventenne, con due bimbe piccole da crescere. Per lei l’apprendimento del dolore iniziò da subito, quando il seno materno non produsse più latte per il patimento e lei fu spesso nutrita da una balia. Non riesco a immaginare cosa mia madre in fasce provasse fissando il suo sguardo sul volto di una sconosciuta che la teneva fra le braccia offrendole la poppata. Sta di fatto che tutta la sua vita, pur non priva di gioie, è stata punteggiata da prove durissime. Non chiamiamo le nostre figlie Addolorata. Chiamiamole Maria, Gioia, Ilaria, Letizia. E ricordiamo che di nomi maschili che richiamano il dolore, in italiano, ce ne sono ben pochi, a sabotare i meccanismi nascosti del cervello.

Autrice, docente, formatrice di formatori, si è specializzata in didattica delle lingue, con un focus sull’insegnamento dell’italiano a stranieri e in percorsi CLIL di educazione linguistica e educazione affettiva (Social and Emotional Learning). Fra le sue esperienze professionali si contano docenze presso università in Stati Uniti, Belgio e Italia e la formazione e supervisione come Italian Curriculum Consultant preso lo State Education Department di New York. Ha curato la condirezione di programmi Study Abroad in Italia ed è cofondatrice di associazioni educative olistiche (Villaggio Interculturale/Cross-Cultural Village; e Scuola del Ponte dell’Arcobaleno di Firenze). Continua a svolgere un’intensa attività editoriale come autrice di saggi e di numerosi articoli accademici su linguistica applicata, glottodidattica, metodi didattici innovativi e come traduttrice editoriale. Pubblica poesia. I suoi progetti rappresentano un approccio olistico alla glottodidattica e alla formazione, con un modello educativo che integra lingua, contenuto, competenze socioemotive e apprendimento esperienziale, mirando sia allo sviluppo individuale degli studenti sia al rafforzamento della professionalità dei docenti con un approccio centrato sull’apprendente e sull’interazione tra conoscenza, emozioni e creatività.
