![]()
La tragedia di Amendolara non è un mero fatto di cronaca, ma una ferita profonda che interroga le basi della nostra civiltà e il fallimento del riformismo contemporaneo. Quattro lavoratori pakistani, giunti in cerca di dignità, sono stati arsi vivi in una terra fatta di uomini probi, capaci di riconoscere nel dolore dell’altro la propria storia di stenti; eppure, in questo stesso contesto, operano criminali famelici, caporali che si appropriano del lavoro già sottopagato dei disperati in una dinamica che trasforma la vita umana in pura merce. Questi lavoratori non portavano armi, portavano solo fragole da donare ai bambini, e sono morti come Giordano Bruno: vittime di un incendio alimentato dall’odio e dal profitto, in un contesto dove ciò che spaventa non è solo la brutalità del crimine, ma la “normalizzazione” che ne è seguita in una Calabria che, un tempo faro di solidarietà con l’esperienza di Riace, appare oggi somatizzata e assuefatta in un silenzio che avvolge la sinistra e quel riformismo che, smarrita la bussola, si è rifugiato in una dormienza paralizzante. In questo vuoto politico è svanito anche quell’internazionalismo che per decenni ha accompagnato l’ideologia dei progressisti: dov’è finita la solidarietà autentica tra i popoli e le nazioni?

Se i sociologi oggi si giustificano sostenendo che il caporalato straniero sia un fenomeno difficile da penetrare, la verità è che una politica attenta e un’analisi rigorosa avrebbero potuto evitare questa tragedia, poiché se un evento simile fosse accaduto ai primi del Novecento — basti pensare al ricordo ancora vivo di Sacco e Vanzetti — la nostra reazione sarebbe stata ben diversa, così come oggi giudichiamo con severità la tragedia di Marcinelle in Belgio, pur nella diversità degli episodi. Siamo giunti al punto critico in cui il “Che fare?” di leniniana memoria torna a bussare alle porte sbarrate delle sedi di partito, ormai diventate club oligarchici chiusi a doppia mandata rispetto ai problemi reali della gente; non stupisce, dunque, che la classe lavoratrice si allontani quando la destra si appropria di temi sociali che dovrebbero essere il cuore pulsante del progressismo, segno evidente che il mondo intellettuale di sinistra ha fallito, preferendo il convegno sterile alla manifestazione di piazza e il tecnicismo alla prassi educativa. È venuto meno il cristianesimo sociale e il ruolo di quegli educatori che formavano coscienze critiche nelle periferie, lasciando un vuoto che spalanca le porte all’ultradestra, mentre le istituzioni europee appaiono come una tecnocrazia lontana, sorda alle esigenze di un’economia agricola schiacciata da folli direttive e da una competizione globale priva di tutele che alimenta nuove forme di schiavitù.

Le parole di Rosa Luxemburg, “o socialismo o barbarie”, non sono mai state così attuali poiché, se abbiamo scelto l’orizzonte del socialismo nel secolo scorso, oggi rischiamo di precipitare nel buio della barbarie per colpa di un’indifferenza che, come insegnavano Gramsci e Misefari, opera potentemente nella storia distruggendo tutto, rendendo complice chiunque scelga di tacere. Osservando le immagini di questa terra e la deriva che prende piede cancellando le pagine del progressismo, mi sento di fare appello a massimalisti, riformisti e progressisti puri: non c’è più spazio per l’attendismo perché, come diceva Enrico Malatesta, “io non ho bisogno di stare tranquillo” quando vedo la dignità umana calpestata e la democrazia svuotarsi dall’interno. Per evitare la barbarie bisogna avere il coraggio di aprire le porte ai cittadini e tornare a confrontarci con la realtà cruda delle campagne e delle periferie; la scelta è ormai definitiva: o torniamo a essere, in ogni oratorio, in ogni piazza e in ogni fabbrica, il presidio della dignità contro ogni forma di autoritarismo, oppure ci consegniamo definitivamente al buio della barbarie.

Domenico Principato è nato il 19.05.1985, fossatese di origine, si è laureato in legge con due tesi sulle consociabilità storiche e moderne e sulla rivisitazione della legge Spadoni Anselmi. Già giovane scrive il romanzo Parole d’assalto e inizia l’attività di Terzo Settore con i Fossatesi nel mondo, occupandosi di cultura. Vive da quattro anni a Bova Marina, dove collabora con l’Associazione socio-culturale Thétis APS. Ritornato in Calabria dopo tre anni di pubblica amministrazione nel Nord Italia, lavora a Reggio Calabria sempre nella p.a. . Si occupa di storia, saggistica, sviluppo sociale dei paesi in via di spopolamento e continua nella ricerca sulle consociabilità meridionali. È impegnato nel diffondere la cultura in genere.
