Qualcuno ha detto che la distanza più grande del mondo misura solo cinquanta centimetri: dal cervello al cuore. Il gioco più gratificante è mantenerli in equilibrio. Per gli antichi medici Egizi era il cuore che controllava il corpo, non il cervello. Il cuore era sede della vita affettiva, emozionale e cognitiva ed era essenziale per la sopravvivenza nell’aldilà, tanto che la letteratura medica di epoca faraonica dimostra che la medicina egizia nel suo svolgimento millenario era un corpo unico con il culto e le leggi sacerdotali.
Al convegno “Empatia, capacità di ascolto e comunicazione nel rapporto medico-paziente,” tenutosi ieri sotto l’egida dell’AMMI Sezione Locride nella Sala biblioteca di Palazzo Nieddu a Locri, si è parlato di cuore e di emozioni. Ma non si era a una riunione di cardiologi, né all’ascolto di un’omelia sulla compassione, né in un cerchio new age. L’arena in cui si dava respiro a due concetti chiave della comunicazione efficace era infatti proprio il legame fra medico e paziente.

Ci si chiede allora perché i medici più avveduti oggi avvertano la necessità di adeguare i propri modi comunicativi. La risposta è semplice: la professione medica ha a che fare non solo col dolore fisico e psichico ma anche con la più incontrollabile delle emozioni: la paura. In definitiva, la paura della malattia è radicata nella paura di morire. Eros e Thanatos, i simboli della vita e della morte che da sempre dominano la nostra psiche, ci convincono che includere le emozioni nella pratica medico-scientifica rappresenta un carico di conoscenze e competenze gravoso, ma necessario, se non altro per sgombrare il campo da forme obsolete di paternalismo e per favorire l’affermarsi di forme di “alleanza terapeutica”, come ha efficacemente sottolineato la Presidente dell’AMMI, la dott.ssa Nicoletta Santoro Tavernese in apertura del convegno, dopo i saluti istituzionali della Città di Locri presentati dall’Assessora alla Cultura Domenica Bumbaca.

L’introduzione della dott.ssa Maria Antonietta Bova, ginecologa, psicoterapeuta, ha riassunto con estrema chiarezza le basi della comunicazione efficace, soffermandosi su concetti fondamentali come quello di “ascolto attivo”, che è il primo passo per una vera connessione con l’altra persona. Elaborata negli anni Cinquanta da Carl Rogers, il fondatore della psicologia umanistica e dell’approccio centrato sulla persona, e in seguito ripresa da Thomas Gordon, noto esperto di comunicazione efficace nel campo della genitorialità, dell’insegnamento e della leadership, questa tecnica è fondamentale per evitare le barriere comunicative.
Chi sa ascoltare davvero sa fare molte cose insieme: mantiene il contatto visivo con l’interlocutore; evita di interrompere e permette a chi parla di completare il proprio pensiero prima di replicare; mantiene una postura corporea che segnala apertura e attenzione; sospende il giudizio e accoglie il punto di vista altrui con curiosità; ma soprattutto sa fare due cose importanti: parafrasare le parole ascoltate e riflettere le emozioni manifestate dall’interlocutore. Deve cioè dimostrare non solo di saper ripetere in parole sue ciò che ha sentito per verificare la sua comprensione, ma anche di saper riconoscere e dare un nome alle emozioni e ai sentimenti che chi parla sta manifestando. Sa porre domande aperte, che non richiedono un semplice sì o un no e che incoraggiano l’altra persona ad approfondire; non si affretta a dire “lo so, è capitato anche a me” e offre un feedback costruttivo solo quando è richiesto o appropriato. Chiaramente, queste basi della comunicazione efficace si applicano nella famiglia, nella scuola, nei rapporti professionali e anche nello studio del medico curante.

A questa introduzione ha fatto seguito l’intervento del dott. Carlo Maria Stigliano, già Direttore U.O.C. Ginecologia Preventiva e Consultori ASP di Cosenza, Vicepresidente nazionale AOGOI (una delle più antiche e autorevoli associazioni italiane in ambito ginecologico e ostetrico). Con amabilità e discrezione il dott. Stigliano ha illustrato storie di casi, statistiche e ricerche personali rivolte alla verifica della verità scientifica e ha dato voce al disagio provato dal medico di fronte alla “presunzione di sapere” di quei pazienti che si presentano in ambulatorio con la diagnosi già fatta da Internet o dall’intelligenza artificiale, mostrando un atteggiamento belligerante nei confronti del curante se costui non concorda. Come ha ben ricordato Stigliano, i bravi medici sanno dare empatia e ascolto. «L’ascolto non è tempo perso, questo concetto deve passare», ha sottolineato con forza il dottore, che con sensibilità ha poi citato un aforisma di Nietsche: «Il malato soffre più dei suoi pensieri che della malattia».
Ascoltare attivamente ed empatizzare sono facoltà cruciali anche in campo medico e qui ricordiamo che, come recita il Vangelo, «Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro» (Matteo 7:12). In realtà, la comunicazione efficace non è solo una forma di protezione e attenzione verso il cliente ma anche un antidoto al burnout del medico stesso. È una forma di attenzione che costruisce fiducia e rende possibile un dialogo autentico fra persone, al di là dei ruoli e, vorremmo aggiungere, in controtendenza alla perniciosa ipostatizzazione della malattia (dal greco hypóstasis, “sostanza, fondamento”) tanto comune in occidente attraverso l’atto di attribuire un’esistenza reale, sostanziale e autonoma a un concetto astratto o ideale. Da noi qualche medico ribelle ha coniato il termine di “benattia”, attirandosi molte critiche, ma in realtà siamo tutti ugualmente immersi in un ambiente concreto e mediatico che congiura per strapparci la serenità e il benessere interiore e che ci distrae dai precisi segnali del nostro diligente Corpo-Mente, quando traduce il nostro disagio in male fisico.

Ma l’interrogativo resta: perché la paura è l’emozione che più di altre si affaccia negli ambulatori dei nostri medici? Il malato si trova in mezzo al guado e, preso dal panico, ha bisogno di aiuto: “Sto male, salvami. Dammi la certezza di guarire. Dammi i tuoi rimedi e starò bene”. Il suo però non è soltanto un bisogno di ascolto e comprensione in senso umanistico, ma è anche un’ammissione di debolezza e una delega di responsabilità, che purtroppo rientra nella normalità del pensiero occidentale. Nelle culture orientali invece, essere “medico di se stesso” significa crescere nella convinzione di imparare a conoscere il proprio corpo sviluppando le competenze utili per comprendere quale meraviglioso miracolo biologico esso rappresenti e come possa rispondere alle sollecitazioni di autoguarigione. Per un fenomeno che la fisica quantistica chiama “entanglement” o “intreccio”, siamo in grado di capire che tutto ciò che esiste è collegato. Per comprendere questa correlazione il paziente deve capire che il suo corpo, la sua psiche e le sue emozioni entrano irreversibilmente in risonanza con il corpo, la psiche e le emozioni del suo medico, nel momento in cui bussa al suo studio per ricevere la diagnosi. In base alla disposizione mentale di Salute-Malattia con cui il paziente apre quella porta, il suo sentire emozionale cambierà. Prende senso così il detto: “Ciò che uccide non è la malattia, ma la diagnosi” o, come hanno ricordato entrambi i relatori mostrando l’altro lato della medaglia, di cui è responsabile il medico, “Fa più danni la parola che la spada”.

È importante qui ricordare che, in accordo con le Neuroscienze applicate più moderne, emerge una scoperta sui poteri incredibili del cuore umano. Nel 1991, uno scienziato scoprì che abbiamo nel nostro cuore circa 40 mila cellule specializzate concentrate in modo molto preciso, chiamate “neuriti sensoriali”. Questo significa che sono essenzialmente cellule simili al cervello, ma non si trovano nel nostro cervello: si trovano nel nostro cuore. Sono concentrate nei nostri cuori in modo tale che gli scienziati ora chiamano queste cellule del cuore il piccolo cervello nel cuore. Esse apprendono, pensano e sentono in modo indipendente dalle cellule del nostro cervello. Quindi stiamo scoprendo di avere una forma di intelligenza concentrata nel cuore che può funzionare completamente separata da ciò che tipicamente conosciamo nel cervello; e che il cuore e il cervello possono essere armonizzati in un modo molto preciso per darci delle abilità piuttosto sorprendenti. L’armonia tra cuore e cervello ci aiuta a risolvere i problemi più rapidamente e aumenta le nostre capacità di apprendimento.

Allora ringraziamo e prestiamo attenzione al disagio dei nostri medici, e miglioriamo la nostra disposizione mentale verso la Salute, per rendere più facile il cammino a tutti quei dottori, farmacisti e operatori della salute che ricercano l’armonia nel pensiero e nel gesto verso i loro pazienti e che hanno intrapreso il difficile viaggio dal cervello al cuore.

 

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