Fra le molte meravigliose parole giapponesi intraducibili entrate nell’uso della lingua italiana, come Ikigai (“ciò che ci dà la forza di svegliarci ogni mattina”) o Yugen (“la consapevolezza della bellezza nascosta dell’universo, impossibile da descrivere a parole, ma che genera emozione”) ve n’è anche una che rimanda a una realtà meno confortante. È Hikikomori, la parola sotto la cui egida si è svolto il convegno tenuto oggi alla Villa Russo di Siderno a chiusura della manifestazione “Palazzi in mostra”, promossa dall’Associazione SIDERNO2030 e avente come obiettivo la valorizzazione delle ville e dei palazzi storici della Marina.
Hikikomori è una parola intraducibile, se non ricorrendo alla sua etimologia che deriva dai verbi giapponesi “hiku” (tirare indietro) e “komoru” (ritirarsi) letteralmente “stare in disparte” o “isolarsi”. Il termine fa riferimento al ritiro sociale volontario, un fenomeno nato e studiato inizialmente in Giappone, che emerge come un quadro clinico e socio-psicologico di crescente rilevanza in tutte le nazioni tecnologicamente avanzate, inclusa l’Italia. La gravità del fenomeno è stata discussa da varie prospettive da un panel di esperti che, col linguaggio dei loro rispettivi campi di specializzazione, hanno messo in evidenza la difficoltà di riconoscerne i sintomi e di aiutare i giovani che ne cadono vittime. La dott.ssa Giulia Fiorino, assistente sociale, ha esordito sottolineando la necessità di predisporre un lavoro di fiducia, di rete e di ascolto delle famiglie in situazione di disagio ed ha chiarito un punto importante: quella di Hikikomori è una sindrome che manifesta l’isolamento dell’individuo non solo nella sua stanza, ma anche nella relazione con il mondo esterno. Il turbine dell’isolamento e del suicidio può cogliere anche studenti modello, come ha dimostrato il resoconto di un caso concreto desunto dall’esperienza sul campo dell’Avv. Michele Miccoli, autore con Simonetta Vernocchi del saggio Hikikomori, il nuovo male del secolo (Ed. Lupetti). In base alle statistiche sociali infatti la curva dei casi è in rapida ascesa: dai 50 mila casi rilevati nel 2019 oggi si contano 250 mila casi.
Il messaggio principale emerso dalle relazioni degli esperti è duplice. Da un lato, per le famiglie, per la scuola e per l’apparato psicoterapeutico e socioassistenziale è davvero importante imparare a riconoscere per tempo i sintomi della sindrome degli Hikikomori. D’altro lato, va superato l’ostacolo del silenzio dei familiari, che per vergogna tacciono il problema di avere un figlio che si isola in casa, non vede più gli amici e non parla con nessuno o non vuole più recarsi a scuola, che trascura l’igiene personale e che nei casi estremi accetta il cibo solo se viene passato attraverso la porta della sua stanza; un figlio che sta sveglio di notte collegato a Internet e che dorme di giorno e vive fra pareti buie illuminate solo dallo schermo del computer o del cellulare. Ma il sintomo, come ha sottolineato la dott.ssa Francesca Racco, può rappresentare un segnale più profondo, una richiesta di ascolto. Come psicologa e garante dei Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Racco ha espresso chiaramente che con la dovuta comprensione di tale richiesta di ascolto, «noi possiamo arrivare prima» e questo è consolante, poiché quando ci sfugge la dimensione della prevenzione, della sofferenza non ascoltata, spesso è troppo tardi per porre rimedio alla china che porta molti di questi adolescenti all’ideazione suicidaria, un rischio direttamente associato all’hikikomori.
Siamo in molti ad aver paura di abitare il mondo, ma molti di noi sono in grado di esercitare una maggiore resilienza rispetto agli eventi che muovono i nostri pensieri, le nostre azioni e relazioni. Uno dei segreti per affrontare meglio la paura e l’ansia dell’imponderabile è l’arte di saper gestire le nostre emozioni. Gli strumenti non ci mancano e sono disponibili fin dagli anni Novanta. Il concetto di «intelligenza emotiva», elaborato per la prima volta nel 1990 da Peter Salovey e John D. Mayer e poi diffuso da Daniel Goleman (Intelligenza emotiva, Rizzoli 1996), denota una componente dell’intelligenza che consiste nella capacità di percepire, valutare, comprendere e gestire le nostre emozioni e quelle delle altre persone. Insieme alla nozione di «intelligenze multiple» elaborata da Howard Gardner, che ha smantellato l’errata convinzione che esista un solo tipo di intelligenza nota col nome di quoziente di intelligenza (QI), i due campi di ricerca hanno permesso di chiarire che non è il QI a garantirci il successo nella vita, quanto piuttosto la nostra capacità di sviluppare le abilità per gestire le nostre ed altrui circostanze emozionali. È importante allora non confondere i concetti di intelligenza emotiva e di quoziente di intelligenza, come ha sottolineato la dott.ssa Susanna Fieromonte, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ed esperta di mindfulness, poiché «il QI non ci difende», è l’intelligenza emotiva a proteggerci. L’hikikomori isolandosi perde le abilità emotive e sviluppa disturbi ossessivi facilmente ricollegabili alla sindrome.
Ultimo, ma non per importanza, grazie al linguaggio dell’arte, come dimostrano le potenti immagini fotografiche di Mimmo Verduci in mostra a Villa Russo, il mondo hikikomori si palesa all’osservatore nella zona liminale tra il corpo e le sue contaminazioni tecnologiche, nella cornice di un buio liquido e tangibile e di geometrie fosforescenti fortemente attente al connubio tra la dimensione digitale e quella psichica, che in taluni casi ricordano le macchie di Rorschach proponendo una visione speculare capace di sottolineare il senso di straniamento che caratterizza la sindrome di hikikomori, una visione giustamente definita come un intenso viaggio visivo dell’artista che indaga il legame tra solitudine e mondo digitale.

Autrice, docente, formatrice di formatori, si è specializzata in didattica delle lingue, con un focus sull’insegnamento dell’italiano a stranieri e in percorsi CLIL di educazione linguistica e educazione affettiva (Social and Emotional Learning). Fra le sue esperienze professionali si contano docenze presso università in Stati Uniti, Belgio e Italia e la formazione e supervisione come Italian Curriculum Consultant preso lo State Education Department di New York. Ha curato la condirezione di programmi Study Abroad in Italia ed è cofondatrice di associazioni educative olistiche (Villaggio Interculturale/Cross-Cultural Village; e Scuola del Ponte dell’Arcobaleno di Firenze). Continua a svolgere un’intensa attività editoriale come autrice di saggi e di numerosi articoli accademici su linguistica applicata, glottodidattica, metodi didattici innovativi e come traduttrice editoriale. Pubblica poesia. I suoi progetti rappresentano un approccio olistico alla glottodidattica e alla formazione, con un modello educativo che integra lingua, contenuto, competenze socioemotive e apprendimento esperienziale, mirando sia allo sviluppo individuale degli studenti sia al rafforzamento della professionalità dei docenti con un approccio centrato sull’apprendente e sull’interazione tra conoscenza, emozioni e creatività.
