L’ascesa della democrazia dei social, a discapito della democrazia del confronto è purtroppo da tempo andata in soffitta. L’ultimo episodio in ordine di tempo a Siderno riguarda il festival “Immersi nel Blu”, vetrina culturale del Rione Sbarre. Da un lato il direttore artistico, Ercole Macrì, che denuncia via social una sua imminente “defenestrazione” per motivi politici; dall’altro la sindaca, Mariateresa Fragomeni, che smentisce categoricamente l’avvicendamento, parlando di polemiche strumentali e “becere”. Al netto delle smentite, la vicenda lascia sul campo un retrogusto amaro e costringe a una riflessione su come la politica e la cultura locale rischino di farsi del male da sole.

La sindaca Fragomeni ha ragione su un punto cruciale di metodo: la fine della diplomazia istituzionale. Che un direttore artistico, dopo quattro anni di proficua collaborazione, scelga di affidare ai social un grido d’allarme su una sua presunta cacciata – anziché alzare la cornetta e interloquire con la sindaca o con il Vice Sindaco Salvatore Pellegrino o portarsi direttamente nella stanza del Sindaco e chiedere, guardandosi negli occhi, chiarimenti – è il sintomo di un malessere, ma anche di un errore strategico. I social network non possono e non devono diventare il surrogato del confronto diretto, soprattutto quando c’è di mezzo il futuro di un evento che appartiene a un’intera comunità e non ai singoli attori. Questo vale sia per il Direttore artistico che per il Sindaco.

Tuttavia, l’argomentazione di Macrì – che leggendo tra le righe, e per chi conosce la storia politica della città, fa comprendere che tutto lega il presunto siluramento al suo “legittimo impegno politico in contrapposizione “gruppo politico” – tocca un nervo scoperto da anni, che non può essere liquidato troppo velocemente, senza alcuna risoluzione definitiva. In Calabria, e più in generale nelle dinamiche dei piccoli comuni, il sospetto che il colore politico o il dissenso possano influenzare le nomine culturali è un fantasma difficile da scacciare, che spesso appare negli incubi di chi è protagonista.

La sindaca Fragomeni rivendica pluralismo (“chiunque voglia lavorare per Siderno può farlo a prescindere da ciò che crede politicamente”) e ricorda gli investimenti fatti sul Rione Sbarre. Una difesa legittima e condivisibile nei contenuti: a poche settimane dal festival, una riorganizzazione “tout court” sarebbe stata un suicidio amministrativo e organizzativo. Se la smentita della sindaca è reale – e non c’è motivo di dubitarne, vista la tempistica stretta dell’evento – la mossa di Macrì rischia di configurarsi come un “vittimismo preventivo” o, peggio, come una via d’uscita polemica.

Non si può usare il palcoscenico della cultura per regolare i conti della politica locale. Se il direttore artistico ha prove di pressioni o di un reale benservito, le mostri. Altrimenti, cavalcare il martirio politico per attaccare l’Amministrazione fa male solo al Rione Sbarre e ai cittadini.

La contro-replica di Ercole Macrì mette la parola “fine” (almeno per ora) al rimpallo di post, ma apre una ferita profonda nel tessuto culturale e politico di Siderno. Quello che era nato come il festival del Rione Sbarre, rischia oggi di essere ricordato come l’ennesimo terreno di scontro ideologico e di personalismi. In questa vicenda, le conclusioni che si possono trarre sono che “Per il futuro Siderno sappia blindare le proprie eccellenze culturali dalle tossine della contrapposizione politica. Perché quando la cultura viene usata come un’arma di distrazione di massa o come uno strumento di rivalsa elettorale, a perdere non sono i sindaci o i direttori artistici, ma i cittadini e il territorio.

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