La storia di Lea Garofalo è una delle testimonianze più potenti e tragiche di cosa significhi essere una “madre coraggio” in Calabria. La sua non è stata solo una ribellione alla ‘ndrangheta, ma un atto d’amore estremo per garantire alla figlia, Denise, un futuro lontano dalle logiche criminali. Lea nasce a Petilia Policastro (Crotone) nel 1974, in una famiglia dove la ‘ndrangheta è la legge. Suo padre viene ucciso quando lei è piccola, suo fratello Floriano è un capobastone. Lea cresce respirando violenza, ma dentro di lei matura un rifiuto profondo per quel mondo. La svolta avviene quando si lega a Carlo Cosco. Da questa unione nasce Denise. Lea capisce presto che la vita di Cosco è fatta di traffici e sangue (nel 1996 viene arrestato a Milano per l’omicidio di un rivale). È in quel momento che Lea compie la sua scelta rivoluzionaria: scappare. Nel 2002, Lea decide di collaborare con la giustizia. Non è una “pentita” (non ha commesso reati), è una testimone. Racconta agli inquirenti le dinamiche delle faide di Petilia Policastro e gli affari dei Cosco a Milano.

Per anni vive come un fantasma, spostandosi di città in città sotto protezione, spesso abbandonata dalle istituzioni che faticano a gestire la sua sicurezza. Nel 2006 viene addirittura esclusa dal programma di protezione, per poi esservi riammessa dopo un ricorso al Consiglio di Stato. Ma la sua vita è un inferno di solitudine e minacce costanti. Nel 2009, stanca e isolata, Lea tenta un riavvicinamento con Carlo Cosco, illudendosi che l’amore per la figlia possa garantire una tregua. È una trappola. Il 24 novembre 2009, a Milano, Lea viene rapita, torturata e uccisa. Il suo corpo viene portato in un campo a Monza, dato alle fiamme per giorni finché non ne rimane quasi nulla. L’obiettivo era cancellarla, farla sparire nel nulla come se non fosse mai esistita (la cosiddetta “lupara bianca”). I carnefici, però, non avevano fatto i conti con Denise. La figlia di Lea, a soli 18 anni, trova la forza sovrumana di denunciare suo padre. Grazie alla sua testimonianza, Carlo Cosco e i suoi complici vengono condannati all’ergastolo. Denise ha dimostrato che una donna può sfidare i vertici della ‘ndrangheta. La sua vicenda ha messo in luce le falle del sistema di protezione per i testimoni di giustizia. Oggi Lea è l’immagine della Calabria che non si piega. I suoi funerali civili a Milano nel 2013, con migliaia di persone, sono stati il risarcimento morale che la sua terra e lo Stato le dovevano.
“Il mio amore è per te, Denise. Per darti un mondo diverso, un mondo dove non devi abbassare lo sguardo” Con queste parole lascia un testamento. Denise inizia una campagna di legalità. Incontra studenti nelle scuole italiane. Partecipa a convegni e testimonia, ancora oggi, quanto può essere grande l’amore di una mamma, non solo in una terra difficile, ma in tutti quei luoghi dove il “rispetto”, la legalità, la giustizia vengono calpestati.

Giornalista iscritto all’Albo professionale della Liguria dal 1985. Esperienze professionali presso Emittente Radiofonica Radio Sud La Cometa e presso Emittente Televisiva Teleradio Sud con sede in Siderno (R.C.). Redattore presso emittente radiofonica Novaradio (Milano) su comando per assegnazione di Borse di Studio dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Ha lavorato per: Corriere della Sera, Insieme (Ed. Rizzoli), Corriere Mercantile; Gazzetta del Sud.
Ha collaborato per le pagine Scuola del Secolo XIX. Attualmente iscritto nella sezione pensionati dell’albo dei giornalisti della Liguria e con l’Agenzia Giornalistica ABA NEWS
Dall’aprile del 2021 Direttore responsabile di INCIPIT SISTEMA COMUNICAZIONE con una linea editoria innovativa.
