“La violenza si combatte educando all’affettività e promuovendo uguaglianza e rispetto. Perché nessun abito, in nessuna circostanza, potrà mai essere una giustificazione”. Con questo messaggio si è conclusa l’attività dell’Associazione Le Muse – Laboratorio delle Arti e delle Lettere” e l’Associazione “Quote Rosa, svoltasi nella sezione di Regio Calabria, dove una solida collaborazione con l’Archivio di Stato di Reggio Calabria e il Polo Liceale “Preti-Frangipane” ha già dato vita all’installazione “Albero Violato”, un laboratorio artistico e trasformativo che ha coinvolto poeti e artisti in un coro unanime contro la violenza. Oggi, con l’arrivo della mostra itinerante voluta da Anna Comi (presidente di Quote Rosa), quel “no” collettivo diventa ancora più visibile attraverso storie di sopravvissute affiancate da abiti comuni: prove silenziose che la responsabilità è solo di chi aggredisce.

L’obiettivo è netto: sfatare il pregiudizio sessista che colpevolizza la donna per la violenza subita, spostando ingiustamente l’attenzione dall’aggressore alla vittima. Come sottolineato dal presidente delle Muse, Giuseppe Livoti, si tratta di combattere la “vittimizzazione secondaria”, un fenomeno che trasforma il trauma in una colpa legata a un indumento. Durante l’incontro, la psicologa Elisa Mottola ha tracciato una mappa accurata delle violenze di genere, ricordando che il fenomeno non è solo fisico. Dalla violenza psicologica, che lede la dignità mentale, a quella economica e sociale che mira all’isolamento e alla dipendenza, il filo conduttore è uno solo: l’uomo che, sentendosi in perdita di potere, entra in una competizione distruttiva con la donna.

Un contributo originale è arrivato dal Giuseppe Cartella, primario di neurologia, che ha analizzato il comportamento umano sotto la lente della genetica. Citando il concetto di “gene egoista” di Richard Dawkins, Cartella ha spiegato come il DNA influenzi l’aggressività e il temperamento. Tuttavia, la ricerca sottolinea che la predisposizione genetica ha bisogno di stimoli ambientali per manifestarsi: è qui che entra in gioco la responsabilità della società nel mitigare o alimentare determinati istinti.

Per Anna Comi, la mostra è un atto di “survivor art installation”, necessaria per scardinare stereotipi radicati. È un invito a leggere le storie esposte non come cronaca nera, ma come elementi di una riflessione che deve partire dalla famiglia e dalla scuola.

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