
Gioacchino Criaco continua ad amare la sua terra e l’Aspromonte in particolare con il suo nuovo lavoro “Dove canta il Cuculo”. In un contesto immersivo, il lettore si ritrova a fare un viaggio tra la terra natia dell’Aspromonte e il Canada. Da qui alla fine del viaggio trascorre una vita che parte dalle vette della montagna più vituperata e violata agli uomini, fino a giungere ai sotterranei gelidi di Toronto. Come linea immaginaria tra Calabria e Calabria, Criaco metaforicamente prende come esempio il Cuculo. Uccello parassita per eccellenza, ruba il nido altrui e ne distrugge la prole.
Il Cuculo è il perfetto clone di Gino, giovane calabrese che dalla sua terra viene a ritrovarsi “trapiantato” nella fredda terra del Canada “adottato”, senza volerlo, dalla famiglia dei Morano espressione della malavita calabrese trapiantata a Toronto. Famiglia che ha portato con sé usi, costumi e tradizioni della terra natia. Sia quelle buone che quelle non buone. Gino soffre di malinconia. Il profumo delle pietanze glielo ricordava quotidianamente. Come quella lingua natia che faceva fatica a uscirne vittoriosa su quella nuova. Tanto che nel parlare veniva fuori una terza lingua “deformata”. Un misto di dialetto calabrese con termini di pseudo inglese “deformato”, n “miscuglio di vocaboli antichi e parole deformate”.

L’autore, con il suo stile linguistico, fa immergere la mente nel noir internazionale. Criaco è come se mettesse in scena una tragedia greca moderna, dove il destino è un proiettile già esploso, che deve solo finire la sua corsa. Ogni azione è mossa da una forza ancestrale: la vendetta. Un colpo di pistola ad Acapulco non è solo un atto criminale, ma la scintilla di una reazione a catena che risveglia conti in sospeso da decenni. Il sangue chiama sangue, e il destino dei protagonisti sembra già scritto nelle pietre dell’Aspromonte.
Uno stile che “scava nel nero”. La scrittura di Criaco è materica, densa. Riesce a rendere tangibile il freddo del Canada e la polvere dei villaggi calabresi arroccati.
Criaco è bravo nel passare dal dialetto brutale e gergale della malavita (“Maru a cu è nta menti i nnatru”) a una prosa lirica e anatomica nella descrizione di Tina. Il contrasto tra il gelo di Toronto e il calore del sangue aspromontano è reso attraverso una scrittura sensoriale: il sapore del latte bollente, l’odore del rum, il freddo del terminal del Path. Ma ciò che colpisce di più è la sua capacità di indagare le passioni umane. Non ci sono eroi, solo uomini e donne prigionieri di riti antichi e di una violenza che sembra essere l’unico alfabeto possibile.
Il cuore del libro batte in due luoghi distanti migliaia di chilometri, eppure gemelli. In Calabria, seguiamo Salvo, il vecchio patriarca che nella prima luce dell’alba dà la caccia a un toro “ladro” che gli monta le vacche. È una caccia che è metafora di vita e di potere: il toro ha scelto il nido sbagliato, e per questo deve morire. Il racconto di Salvo è intriso di un misticismo pagano, dove la “Vergine della montagna” viene invocata tra un’imprecazione e una scarica di pistolettate. A Toronto, entriamo nei sotterranei fumosi del Lino’s, dove i fratelli Colosimo gestiscono l’impero del crimine. Qui la tensione è silenziosa, fatta di telecamere, botole nascoste e “sbirri” appostati. Attraverso il personaggio di Tina, Criaco ci mostra la “Calabria che non c’è più” o che, forse, non è mai stata accessibile a chi è nato tra i faggi della montagna. C’è la Calabria solare di Reggio, dei negozi del Corso e della canfora profumata, e poi c’è la Calabria di Gino e Salvo: fatta di fango, latte bollito, latitanza e “veleno” ingoiato davanti agli sbirri.

La nostalgia della nonna per l’emporio Crocè è il tocco di grazia: l’amore e il sangue sono le uniche forze capaci di sradicare un essere umano, ma il ritorno è sempre un’illusione.
Mentre a Toronto i fratelli Colosimo consolidano il loro potere di “usurpatori”, in Aspromonte il vecchio Salvo celebra un rito pagano. Il sacrificio del toro diventa un banchetto per i “fratelli” – politici, prefetti e ministri – che banchettano con la carne della preda. Qui Criaco è ferocissimo: la distinzione tra malavita e istituzioni sfuma nel vapore della cascata. I “modi urbani” cadono, restano solo le pance piene e il calcolo dei profitti sulla diga. Salvo è il vero dominatore della montagna, capace di trasformare poliziotti in ospiti grati, ribaltando i rapporti di forza di un tempo. Il passaggio in cui Salvo insegna al figlio Vincenzo a camminare nella notte senza luci è pura poesia della sopravvivenza. “Sono i piedi a vederci più degli occhi”. È la metafora della vita in questo contesto: un procedere per intuizione, per alleanze interne, dove l’unica guida è il rumore del “cucco”.
Il ritorno alla casupola dello stazzo, rimasta uguale nel tempo ma ora collegata a una villa lussuosa da un corridoio sotterraneo, sintetizza l’intera poetica di Criaco: la modernità (il potere, i soldi, la casa in legno) poggia sempre sulle fondamenta arcaiche e brutali del passato pastorale. Gino e Giacomo si preparano a fuggire dal “paradiso di ghiaccio” canadese. Giacomo sogna di tornare e recintare una montagna, mentre Gino è intrappolato tra il dovere criminale (“Tir’a palla”) e la speranza di un nuovo inizio con Tina. La telefonata finale è un raggio di luce che taglia la nebbia di Toronto, un’ancora di normalità in un oceano di “affari sporchi”.
Criaco ci dice che non importa quanto lussuosa sia la casa o quanto lontano voli l’aereo: il puzzo dello sterco e il suono del cuculo restano incollati alla pelle. E’ da qui che si inizia a costruire.


Giornalista iscritto all’Albo professionale della Liguria dal 1985. Esperienze professionali presso Emittente Radiofonica Radio Sud La Cometa e presso Emittente Televisiva Teleradio Sud con sede in Siderno (R.C.). Redattore presso emittente radiofonica Novaradio (Milano) su comando per assegnazione di Borse di Studio dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Ha lavorato per: Corriere della Sera, Insieme (Ed. Rizzoli), Corriere Mercantile; Gazzetta del Sud.
Ha collaborato per le pagine Scuola del Secolo XIX. Attualmente iscritto nella sezione pensionati dell’albo dei giornalisti della Liguria e con l’Agenzia Giornalistica ABA NEWS
Dall’aprile del 2021 Direttore responsabile di INCIPIT SISTEMA COMUNICAZIONE con una linea editoria innovativa.
