In un istante di ordinaria follia tra le strade di Massa, la vita di Giacomo Bongiorni si è spenta come un cerino in un uragano, lasciando un bambino di undici anni a guardare il buio dove un istante prima c’era il suo intero universo. Un battibecco mutato in esecuzione, un padre che cade sull’asfalto gelido e una ferita che squarcia non solo una famiglia, ma il senso stesso del nostro stare al mondo: un uomo strappato al futuro per mano di chi ha smarrito ogni barlume di umanità.
C’è un freddo che non ha nulla a che fare con questa primavera che stenta a tornare, un gelo sottile che si insinua tra le maglie di una società che un tempo chiamavamo “comunità” e che oggi assomiglia sempre più a un arcipelago di solitudini armate, dove il volto dell’altro non è più uno specchio in cui riconoscersi ma una minaccia da neutralizzare.
La tragedia di Giacomo Bongiorni, strappato alla vita sotto gli occhi innocenti di un figlio di undici anni tra le strade di Massa, non è solo un fatto di cronaca nera, ma il rantolo finale di un’epoca in cui il rispetto era l’aria che respiravamo uscendo la sera, quel tacito accordo per cui una parola data pesava più di un contratto e un diverbio finiva con una stretta di mano o, al massimo, con un’amarezza digerita in silenzio.
C’era un tempo, che oggi appare come un miraggio sfocato tra le nebbie del ricordo, in cui la sera non era un perimetro di caccia ma un grembo accogliente, un tempo in cui incrociare lo sguardo di uno sconosciuto significava riconoscere un simile, un compagno di viaggio a cui offrire il dono prezioso e gratuito del rispetto. Oggi, quel mondo è sprofondato sotto il peso di un’indifferenza che si è fatta ferocia, e la tragedia di Giacomo Bongiorni, recisa crudelmente davanti al tempio sacro dell’infanzia di suo figlio, è la ferita che non può e non deve rimarginarsi.
Se guardiamo a questo scempio con gli occhi della psicologia comportamentista, scorgiamo la tragedia di un condizionamento sociale deviato: l’essere umano, che dovrebbe essere modellato da rinforzi positivi basati sulla cooperazione, è stato invece abbandonato a un ambiente che premia l’impulso, che esalta l’aggressività come unica grammatica di affermazione. Il comportamentismo ci insegna che un comportamento si “sistema” solo se l’ambiente smette di nutrire il mostro, eppure la nostra società sembra aver fatto il contrario, trasformando la deviazione degli standard giovanili in una sorta di inquietante norma, una deriva dove la qualità della vita non si misura più nella pienezza dei legami, ma nella distanza che riusciamo a mettere tra noi e il “nemico” della porta accanto.
E mentre la politica si affanna a stendere veli di ideologia sopra la realtà, cercando di fissare negli occhi del popolo un’immagine falsa e rassicurante, in una una sorta di simulacro di sicurezza che serve solo a nascondere l’incapacità di governare l’abisso, la verità resta lì, nuda e sanguinante.
Questi sono avvertimenti: la psicologia della violenza non nasce dal nulla, ma dalla disumanizzazione, dal momento in cui l’altro cessa di essere una persona e diventa un ostacolo, un oggetto, un bersaglio. È una vergogna che brucia, una distopia che abitiamo con una rassegnazione che ci rende complici, dove perfino il costituirsi di chi ha ucciso appare non come un atto di pentimento, ma come un ultimo, disperato alibi alla propria codardia, un modo per negoziare con una giustizia non punitiva che non può restituire la vita.
Ma come sopravvive l’anima di un bambino di undici anni a questo?
Immaginate una stanza piena di luce che, in un istante, viene invasa da un fumo nero e denso; il tatto non riconosce più la morbidezza della mano del padre, ma la rugosità dell’asfalto; l’udito non percepisce più il battito del cuore caro, ma il rumore sordo del suo corpo collassato sul mondo. Per quel bambino, l’anima è diventata una spiaggia dopo un’onda anomala: piena di detriti di un futuro che non sarà mai, dove ogni granello di sabbia scotta come brace e il mare, che un tempo era gioco, ora è solo un mostro che ha inghiottito il sole.
La società si stringe attorno a lui, certo, in un abbraccio collettivo che è un misto di pietà e terrore, ma lo fa senza comprendere che la vera cura non è nel conforto del momento, ma nella ricostruzione di una verità che non sia macchiata dall’ipocrisia. Il rimorso, se non diventa trasformazione profonda del sé, resta solo un’ombra inutile, una lacrima versata sul proprio destino anziché su quello della vittima.
Siamo arrivati al punto in cui la verità è considerata un lusso pericoloso, e preferiamo credere a vie d’uscita retoriche piuttosto che ammettere che abbiamo perso la capacità di restare umani. Resta solo il silenzio di Massa, il pianto muto di un figlio e la consapevolezza che, ogni volta che permettiamo alla violenza di vincere sul dialogo, stiamo tutti, indistintamente, morendo un po’ su quell’asfalto.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme, dove l’unica tragedia peggiore di perdere un padre è scoprire che chi lo ha ucciso camminava tra noi sorridendo, senza mai aver imparato a sentire il peso di un’anima.

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
