A pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo, il dibattito pubblico sembra ostaggio di faziosità e slogan. Ma dietro lo scontro di potere tra politica e magistratura si gioca il futuro del diritto dei cittadini.

Nelle pagine di storia patria degli ultimi decenni, raramente si è assistito a una deriva comunicativa così asfissiante e travolgente come quella che sta accompagnando la vigilia del referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo. Politici, magistrati, giornalisti e commentatori sembrano essersi arruolati in una guerra di trincea dove la prima vittima, come sempre, è la chiarezza.

La demagogia, usata come clava da ogni schieramento, sta trasformando un passaggio democratico fondamentale in un’arena di tifoserie contrapposte, rendendo i quesiti referendari – già tecnicamente complessi – quasi indecifrabili per il cittadino comune.

Da una parte, una certa politica che cavalca il referendum non come strumento di riforma, ma come una rivincita storica contro l’ordine giudiziario. Dall’altra, una magistratura che, arroccata nelle proprie correnti, agita lo spettro del “colpo di mano” per difendere status quo che i recenti scandali hanno però reso indifendibili agli occhi dell’opinione pubblica. In mezzo, un sistema mediatico che troppo spesso rinuncia al ruolo di “terzo” per farsi megafono dell’uno o dell’altro interesse.

Il pericolo più grande di questa asfissiante propaganda è l’allontanamento degli elettori. Quando il linguaggio diventa eccessivo, quando ogni critica diventa “attacco alla democrazia” e ogni proposta “difesa della casta”, il cittadino medio prova un senso di rigetto. Il rischio è che le urne restino vuote non per disinteresse verso la giustizia, ma per stanchezza verso chi dovrebbe raccontarla.

La giustizia non è un terreno di scontro elettorale: è il servizio fondamentale che lo Stato deve ai suoi abitanti. Tempi dei processi, responsabilità civile, separazione delle carriere o criteri di elezione del CSM non sono semplici tecnicismi, ma le fondamenta su cui poggia la certezza del diritto. Il 22 e 23 marzo non si vota “pro o contro” i magistrati, né “pro o contro” questo o quel leader politico. Si vota per decidere quale forma dare a una parte essenziale della nostra architettura costituzionale.

Sarebbe un atto di igiene pubblica se, in questi ultimi giorni di campagna elettorale, si abbassassero i toni della demagogia per lasciare spazio ai contenuti. Il Paese ha bisogno di una giustizia efficiente, rapida e imparziale, non dell’ennesimo “processo in piazza” che serve solo a rinfocolare vecchi rancori e a garantire nuovi consensi. La verità, in democrazia, ha bisogno di silenzio e riflessione, non delle urla di chi la vuole piegare al proprio interesse di parte. E in questo referendum, non solo sale di biblioteche, teatri, auditorium, ma anche sedi istituzionali si sono trasformate ahimè in piazze mercato, dove forse vende di più chi possiede un megafono più alto dell’altro.

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