L’opera, premiata dal Ministero dell’Istruzione per le Pari Opportunità, scardina gli stereotipi e racconta una figura femminile concreta, capace di disarmare l’odio e rigenerare il mondo. In effetti Esistono versi capaci di attraversare i decenni restando dolorosamente e magnificamente attuali. È il caso del “Madrigale alla Donna” di Bruna Filippone, un’opera che non si limita a celebrare una ricorrenza, ma scava nel profondo dell’identità femminile, restituendoci un ritratto che unisce il sudore del lavoro quotidiano alla forza profetica della pace. In Redazione sono giunte diverse poesie sulla ricorrenza del giorno dedicato alla donna. I redattori dopo averle esaminate hanno scelto quella della poetessa bovalinese. E hanno affidato al Direttore l’analisi e un brevissimo commento.

“Il componimento si apre con una dedica che rifugge l’astrazione: la donna di Bruna Filippone non è un’idea metafisica, ma una figura concreta, definita dal lavoro e dalla fatica. Il riferimento al “Nord e al Sud” universalizza la condizione femminile, unendo le diverse latitudini in un unico destino di operosità e stanchezza. Gli “occhi stanchi” sono il segno di una dedizione che spesso non trova riscontro nel dialogo, evidenziando un bisogno primario di “parole”, ovvero di riconoscimento e ascolto.

Nella seconda strofa, l’autrice scava nell’interiorità. La “clessidra del tempo” e il “silenzio per amante” descrivono una solitudine esistenziale che colpisce la donna nel cuore della notte. È il momento in cui cadono le maschere sociali e resta solo il confronto con il fluire della vita, spesso vissuto in un isolamento che l’uomo, impegnato in altre corse, non sempre riesce a colmare.

Il passaggio centrale è di forte impatto civile. La poetessa introduce il tema della donna-soldato, un’immagine moderna e tragica. La donna non è più solo colei che aspetta a casa, ma è presente nei “sinistri bagliori di guerra”. Tuttavia, la sua presenza ha un fine etico supremo: “gettare il pugnale di Caino”. Qui la donna emerge come forza pacificatrice, capace di trasformare le “impalcature d’odio” in “spighe”, simbolo di vita e nutrimento, tentando di spezzare il ciclo millenario della violenza fratricida. Il cuore lirico del madrigale risiede nel confronto con l’uomo. L’autrice descrive l’uomo come una “fulgida freccia” proiettata verso “fuggevoli miti”, metafora di un’ambizione che spesso distrae dall’essenziale. Di contro, la donna è rappresentata come un porto sicuro, capace di aprirsi con “sillabe di tenerezza” nonostante il dolore che la scava. Il paragone con le “annose palme” suggerisce una saggezza antica, una resistenza radicata che non si spezza, ma si offre nel “bacio della sera. Il finale è un inno alla riconciliazione. Nonostante le lotte e le incomprensioni, la donna è colei che continua a offrire “verbene, mimose e viole”. Non è un gesto di sottomissione, ma un atto di amore consapevole e rigenerante. La donna diventa il punto di partenza dei “sogni più puri” dell’uomo, colei che custodisce la bellezza e la speranza all’alba di ogni nuovo giorno. Il linguaggio della Filippone è caratterizzato da un ritmo spezzato, quasi un battito cardiaco, che alterna termini concreti (“divisa”, “impalcature”) a termini ricercati (“fulgori”, “essenze”, “trasparenze”). La struttura a “madrigale” moderno permette questa libertà espressiva che rende la lettura un’esperienza emotiva crescente”.

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