
Archetipi, superficie e potere dell’immagine
C’è un momento, attraversando le sale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, in cui si comprende che la mostra dedicata a Gianni Versace non racconta soltanto la parabola di uno stilista. Racconta la costruzione di un mito. Ho scelto di leggerla a ritroso. Non è il percorso espositivo a suggerirlo, ma uno sguardo critico che prova a sottrarsi alla narrazione lineare dell’ascesa. Partire dal 15 luglio 1997 l’assassinio a Miami, la frattura improvvisa, la trasformazione dell’uomo in leggenda permette di comprendere come la biografia si sia trasformata in archetipo.
Letta così, la vicenda di Versace non appare come una scalata progressiva al successo, ma come un cerchio che si chiude. Un ritorno alla radice. Le stampe pop, le icone seriali, i volti moltiplicati, i rimandi alla cultura mediatica degli anni Novanta non sono semplice decorazione. Sono strumenti di costruzione dell’immaginario.
Versace comprende prima di molti che la superficie è il luogo in cui si esercita il potere contemporaneo. L’abito non nasconde: dichiara. Non attenua: amplifica.
La Medusa, simbolo assoluto della maison, non è un logo ornamentale. È un manifesto visivo. Bellezza come forza seduttiva, come capacità di catturare lo sguardo e immobilizzarlo. Non chiede consenso: impone riconoscimento.
Tra gli elementi più significativi emerge l’Oroton, la celebre maglia metallica fluida. Non è soltanto innovazione tecnica: è dichiarazione culturale.
È armatura e carezza insieme.
È scultura in movimento.
È il corpo che si trasforma in colonna luminosa.
Nel dialogo con i reperti archeologici del Museo come i volti marmorei, i frammenti plastici, le geometrie classiche si produce un cortocircuito affascinante: la classicità non viene citata, ma riattivata. Il mito non è nostalgia, ma energia contemporanea.
Versace non copia l’antico. Lo traduce. Il barocco versaciano non è eccesso fine a sé stesso. È intensità come linguaggio identitario. Le ceramiche, gli arredi, gli oggetti lifestyle esposti raccontano un’altra intuizione fondamentale: la moda non è solo abito, ma universo. Versace è tra i primi a comprendere che il brand deve diventare ambiente totale, sistema coerente di segni.
Moda, casa, oggetto, corpo. Un’unica grammatica visiva. Negli anni Novanta le sue modelle diventano icone globali. Il corpo non è più soltanto silhouette sartoriale, ma spazio performativo. La sfilata si trasforma in concerto, in evento mediatico, in rito collettivo. In questa spettacolarizzazione del fashion system, Versace anticipa la contemporaneità. Accanto a lui, Donatella Versace, figura imprescindibile, che raccoglie e trasforma quella visione, garantendone continuità oltre la frattura del 1997. Eppure, oltre la superficie dorata e l’energia pop, ciò che più colpisce è la radice.
La sartoria di Franca, la madre. L’atelier a Reggio. Il bambino che cresce tra stoffe e mito classico. La dimensione internazionale nasce da un gesto antico: cucire. Esporre tutto questo a Reggio Calabria, nel Museo che custodisce la memoria della Magna Grecia, non è solo un omaggio. È un ritorno simbolico. Il mito globale rientra nella sua terra. Versace parte da Reggio e a Reggio ritorna, almeno idealmente. Tra marmo antico e tessuto barocco si comprende che la sua vera cifra non è l’eccesso, ma la capacità di trasformare la memoria mediterranea in linguaggio universale. Ha fatto della superficie una forma di pensiero. Ha compreso che il contemporaneo vive di archetipi riattivati.
Uscendo dal Museo, resta questa consapevolezza: la moda, quando diventa cultura, non è solo estetica. È archeologia del presente.

Sono architetto e docente di Storia dell’Arte, Storia del Costume e Progettazione Moda, con una doppia anima professionale: da una parte l’architettura, dall’altra la cultura, la moda e la comunicazione, ambiti nei quali opero da anni. Presidente Associazione Italiana di Cultura Classica Delegazione della Locride “Maria Stella Triolo” dal 2017 in carica – Presidente Sidus Club Siderno dal 2025












