“Il dialetto come testimonianza: l’opera di Achille Curcio tra coscienza del tempo e denuncia sociale”, è il titolo della tesi in Filologia Moderna dedicata al poeta calabrese che è stata discussa presso l’Università della Calabria dalla già Dottoressa in Lettere e Beni culturali Valentina Caramuta. All’attenzione della commissione, la candidata ha presentato lo studio che ha coinvolto il Professore Marco Gatto in qualità di relatore e il Professore Ivan Pupo di correlatore, analizzando le opere di poesia e prosa di Curcio.

Dopo aver introdotto il proprio lavoro e sottolineato l’importanza dello studio della letteratura in vernacolo, la Dottoressa è entrata nel vivo della sua ricerca, dando qualche cenno sulla questione della lingua nata a partire dall’Unità d’Italia ed estesasi e ampliatasi negli anni Novanta del Novecento, alla luce della nuova poesia e prosa in vernacolo di autori come Ignazio Buttitta e, al nord, Antonio Fogazzaro citando le posizioni contrastanti di intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Benedetto Croce e Antonio Gramsci. “Rimasta sempre subordinata alla letteratura ufficiale e canonica per cause storiche, politiche e sociali che il lavoro di tesi indaga, la letteratura in dialetto non è allora da considerare come mero strumento di documentazione folkloristica e di natura popolare e triviale”, ha sottolineato la Dottoressa Caramuta “ma come forma altra, nella quale esprimere in maniera del tutto personale e soggettiva temi e motivi universali ed esistenziali come lo scorrere del tempo, la memoria, l’attaccamento alla terra, la critica e la denuncia sociale”.

La ricerca sull’opera omnia di Achille Curcio condotta da Valentina Caramuta esplora il mondo letterario del poeta, nobilita e ridà dignità, attraverso questo, alla letteratura in vernacolo del meridione d’Italia, minore per quantità ma non per qualità in quanto strumento di espressione alta, al pari della letteratura in lingua. La tesi si concentra, nelle prime battute, proprio sulla lingua e sullo speciale codice plasmato da Curcio, fondendo elementi dialettali di Borgia (dov’è nato), Montauro e Catanzaro, insieme ad elementi di riporto della lingua italiana nonché termini dialettali ormai desueti. Questi elementi, insieme ad un’innovazione interna degli schemi metrici e rimici della tradizione letteraria europea, creano uno speciale fonoritmo incantatorio delle liriche di Curcio, che attrae non solo i parlanti e lettori calabresi ma anche i lettori non dialettofoni, rendendo particolarmente piacevole e musicale la lettura dei testi. L’indagine filologica, che attraversa tutte le opere di Curcio da quelle in poesia a quelle in prosa, evidenzia come molti temi siano ricorrenti nella sua produzione e come si verifichi una reale evoluzione artistica, dalle prime raccolte fino alle opere della maturità.

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