Arrivare a pochi passi da Piazza di Spagna, nello spazio PM23, significa entrare in un luogo dove la bellezza non è soltanto esposta: si respira. È qui che la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti firma la sua seconda mostra, Venus, affidando all’artista portoghese Joana Vasconcelos una rilettura intensa e corale dell’eredità di Valentino Garavani.

Varcare la soglia è come entrare nella grande storia della moda italiana. La maison Valentino, nata negli anni Sessanta e divenuta sinonimo di haute couture nel mondo, trova qui una narrazione nuova, immersiva, sorprendente.

All’ingresso, un abito bianco e nero accoglie il visitatore in dialogo con la prima opera dell’artista. È un confronto immediato tra rigore sartoriale e monumentalità installativa. Linea e materia. Silenzio e forza. Si comprende fin da subito che non si tratta di una semplice esposizione di abiti, ma di una vera esperienza estetica.

Le grandi installazioni che aprono il percorso sono presenze sceniche potenti: amplificano la couture fino a trasformarla in scultura. Vasconcelos lavora per stratificazioni, per accumulo, per coralità. Il suo linguaggio nasce dal craft, dal gesto manuale condiviso, e trova il suo apice nella monumentale Valchiria, cuore pulsante della mostra. Un’opera generata da centinaia di ore di lavoro collettivo che ha coinvolto studenti, detenute, associazioni, cittadini. Un progetto sociale prima ancora che artistico.

La mostra diventa così un omaggio alla donna e alla sua pluralità. Non una celebrazione retorica, ma un’affermazione concreta: la bellezza come armonia, come pace, come responsabilità culturale.

Gli abiti di Valentino, disposti in modo inedito, quasi a formare mandala tridimensionali, non perdono la loro identità: si espandono nello spazio. Dialogano con ferri da stiro assemblati in una struttura scultorea compatta e pulsante; dialogano con oggetti domestici trasformati in simboli monumentali. La quotidianità viene sottratta alla funzione e restituita al significato.

E poi ci sono i bustini.
Sono stati loro ad attirare la mia attenzione in modo particolare. Non solo per la preziosità dei tessuti, per la minuzia dei ricami, per la delicatezza delle applicazioni floreali, ma per la bellezza femminile che emanano verso chi li osserva. Non costringono: custodiscono. Non imprigionano: disegnano. Raccontano una femminilità consapevole, elegante, forte nella sua grazia. Sono architetture intime, costruzioni leggere che parlano di corpo e di identità con una voce silenziosa ma chiarissima.

E poi il giardino finale..
Uno spazio incantato dove i fiori luminosi brillano come lucciole. Per un istante si torna bambini. Tra i petali accesi, gli abiti di Valentino si stagliano alti, solenni, come opere di bellezza universale. La couture non domina la natura: la attraversa, la abita.

Venus è questo: un incontro tra arte e moda dove la couture non viene musealizzata, ma resa viva. Una visione contemporanea che parla di coesione, diritti, comunità.

E attraversando le sale di PM23 si comprende che la “bellezza” evocata da Giancarlo Giammetti non è uno slogan, ma una visione concreta.

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