“Siamo trame di seta nel buio ricamate da un Tessitore celeste…
e lacerati dalla vita, portiamo ferite in cui la luce possa entrare. ”
Un libro, quello della Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman, che in molti hanno aspettato… da divorare, da leggere, da stringere tra le mani e il petto… fino a capire, a capirsi, fino a fare propria una poesia che ancora non si sapeva di voler conoscere.
La storia di Miriam Jaskierowicz Arman è importante, una vita intrisa di quelle grandi bontà che attirano il male verso se stessa, un romanzo che racconta la tristezza che permette di crescere, che mortifica il corpo ma è libagione di passione.
È facile sognare tra le frasi di questa splendida poetessa! Un’Artista che concede senza volere nulla, senza cercare altro che la forza di non voltarsi indietro, dove il senso della vita si confonde e si nasconde tra ricordi confusi, quelli che rendono soli.
Quante corse e quanti inciampi trapelano da queste parole, quanti lividi può collezionare una vita per difendere un’anima che vuole essere libera, quanto potere sprigiona la rivincita di questa donna, che esprime la forza più pura che si fa verbo tra lettere che dall’alto cadono e si compongono.

Inoltrarsi tra le pieghe di “Aprimi il Cielo” significa accettare l’invito a una trasmutazione alchemica dove la parola smette di essere segno grafico per farsi vibrazione pura, un respiro che si espande ben oltre la retorica della devozione per toccare le corde più segrete di una spiritualità vissuta come carne e luce. Parole che cercano ferite aperte per entrare, che cercano il vuoto ancora da riempire, che spingono al risveglio il cuore di chi legge, capaci di toccare anche il più solido e tradito, una missione che risolve un guaio inconsapevole, una fuga dalla prigione di una realtà che è non saper vivere… una promessa scritta che vuole senza pretendere, un pensiero che si detesta perché piaciuto.
La Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman non scrive semplicemente, ma “accade”, scivolando sulla pagine attraverso un flusso di coscienza che somiglia al moto ondoso di un oceano primordiale, dove ogni riflusso porta a galla frammenti di esistenze millenarie, eoni di tempo che si condensano nell’istante presente di una “scrittura automatica” che è, in fondo, un’arresa totale al divino.
Intellettualmente, l’autrice opera una decostruzione del tempo lineare, dove non esiste un prima o un dopo, ma una simultaneità dell’essere in cui la coscienza di chi è stato e di chi è si riconosce viaggiatrice instancabile tra mondi visibili e invisibili. Questo approccio rivela una dinamica intellettuale profondamente radicata nella ricerca di una Verità che non è logica deduttiva, ma una Verità che vivifica, una sapienza che sgorga dal dolore trasformato in comprensione.
È un intelletto che non si nutre di concetti, ma di visioni, come quella dell’arena dove l’incontro con il leone diventa il simbolo astratto del confronto con la propria ombra e con la forza bruta della vita. Qui, il sensismo dell’autrice emerge con una potenza commovente, e in quella scelta di gettare via la torcia e restare nuda e indifesa davanti alla fiera non è un atto di rassegnazione, ma bensì il trionfo di una vulnerabilità sacra. È l’anima che, spogliata di ogni difesa mondana, scopre che la vera protezione risiede nella propria purezza e in quella gratitudine profonda che mette a tacere ogni vibrazione di rabbia o frustrazione.
Spiritualmente, l’opera si configura come un’ascesa verso il “filo d’oro”, quel legame sottile ma indistruttibile che unisce il plesso solare dell’uomo alle stelle di luce eterea. L’autrice descrive una connessione fisica con l’infinito, un’energia che attraversa il cranio e si deposita nel cuore, suggerendo che la spiritualità non sia un’astrazione mentale, ma un’esperienza cellulare, un battito che si sincronizza con il respiro dell’Universo. Questo “filo d’oro” è la similitudine poetica perfetta per descrivere la ricerca dell’anima: una fibra luminosa che attraversa l’oscurità della realtà quotidiana, non per fuggirla, ma per squarciarla e rivelare la completezza che giace nel pozzo delle risorse interiori.
La sofferenza, in questo contesto, viene elevata a dignità di maestra, un fuoco necessario che brucia le scorie della frivolezza per permettere alla bontà e alla santità di esplodere come il profumo delle gardenie al risveglio dei venti d’oriente. È un testo che vibra di una comprensione empatica verso l’umano che soffre, offrendo la guarigione non come una promessa futura, ma come un’attesa paziente e fiduciosa nell’essenza della luce.
In questo pellegrinaggio dello spirito risulta inevitabile lo scontro con tutto ciò che è irrisolto nel cuore, in un viaggio in cui amare le domande stesse come stanze chiuse a chiave e come libri scritti in una lingua straniera, domande che risuonano come echi della profondità insondabile dell’anima in un’arresa totale e fiduciosa all’Essere per trascendere la sofferenza mortale e raggiungere una guarigione spirituale aulica.

L’autrice di “Aprimi il Cielo” sembra aver fatto propria questa pazienza, amando il mistero e il silenzio dell’arena fino a farne il proprio santuario. Allo stesso modo, il suo approccio alla luce e all’ombra richiama implicitamente le parole di San Giovanni della Croce: “Per giungere a ciò che non conosci, devi passare per dove non conosci”. L’atto di entrare nell’oscurità per trovare la “stella di luce eterea” è precisamente questo cammino nell’ignoto dove la fede non è più una stampella, ma la vista stessa. Il simbolismo del leone che si placa davanti alla nudità dell’anima evoca l’immagine di una riconciliazione cosmica, dove l’aggressività del mondo viene assorbita dalla “profonda devozione” di chi ha compreso che l’amore non dimentica nulla e che ogni lacrima versata è una perla incastonata nell’azzurro degli oceani dell’essere. L’opera è dunque un canto di speranza che non ignora il dolore, ma lo attraversa come un velo, trasformando il cuore stanco e inquieto in un tempio aperto dove il cielo può finalmente entrare e dimorare.
Mirian Jaskierowicz Arman regala una testimonianza di come l’anima, pur muovendosi lentamente, possa raggiungere quella guarigione che non è solo assenza di male, ma presenza straripante di vita, una ricerca dell’anima sempre viva che si nasconde momentaneamente per poi brillare, eterna, nella verità che ci rende liberi.

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale, impegno che la porterà al titolo di Giornalista Pubblicista. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura e nello stesso anno viene insignita del prestigioso Premio Piersanti Mattarella al Campidoglio.
