QUANDO LE PAROLE TORNANO A UCCIDERE PRIMA DEI FATTI

C’è un momento preciso, nella storia delle civiltà, in cui le parole smettono di essere strumenti del dialogo e diventano armi. Accade quando qualcuno decide di compilare una lista di nomi. Di esseri umani ridotti a categorie, marchiati, esposti al giudizio sommario di chi si arroga il diritto di stabilire chi è nemico e chi no.

Sul sito del Nuovo Partito Comunista Italiano campeggia una pagina dal titolo inequivocabile: Lista degli agenti dell’Entità Sionista in Italia e dei loro collaboratori. Non è critica politica, non è dissenso legittimo. È schedatura ideologica. È, per dirla con Hannah Arendt, l’anticamera della banalità del male, quel meccanismo per cui l’orrore inizia sempre con un elenco, con la trasformazione dell’altro in numero, in bersaglio.

A segnalare questa deriva è stato Klaus Davi, giornalista da sempre impegnato nella difesa della comunità ebraica. “Gli ideali del sionismo coincidono con quelli del socialismo liberale, dell’inclusione, del dialogo, della pace, ha dichiarato”. Eppure, nell’elenco del nuovo PCI è schedato come agente sionista per aver collaborato con organizzazioni ebraiche.

Nella lista compaiono oltre centocinquanta nomi: giornalisti come Paolo Mieli, Gad Lerner, Enrico Mentana; politici come Giorgia Meloni, Antonio Tajani; esponenti del Partito Democratico come Lia Quartapelle, Piero Fassino e Lorenzo Guerini, oggi presidente del COPASIR. Come ha denunciato Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazione Italia-Israele, il nuovo PCI ha persino insinuato l’ipotesi di coinvolgimento in operazioni di intelligence, esponendo i nomi indicati a pericolose ritorsioni.

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di grave e inaccettabile attacco alla libertà di pensiero e preoccupante minaccia alla sicurezza delle persone coinvolte. La Comunità Ebraica di Roma ha definito il tutto una moderna gogna pubblica. Eppure, la lista resta online.

Un eterno ritorno dell’odio, un percorso dove cambiano le parole, ma lo schema resta identico. Prima erano giudei, poi cosmopoliti senza patria nelle purghe staliniane, oggi sono agenti sionisti. Victor Klemperer, nella sua opera “La lingua del Terzo Reich”, analizzò come il linguaggio nazista trasformasse progressivamente gli ebrei da cittadini a parassiti, da persone a problema da risolvere. La storia ci ha insegnato che quando si comincia con le liste, raramente si finisce bene.

Il documento invita a sviluppare la denuncia e la lotta contro organismi e agenti sionisti in Italia. La parola lotta non è casuale. È un linguaggio che richiama gli anni di piombo. Non a caso il nuovo PCI si definisce erede delle Brigate Rosse, espressione più avanzata della lotta rivoluzionaria degli anni Settanta.

René Girard, nel suo “Il capro espiatorio”, ha spiegato come le società, nei momenti di crisi, cerchino un colpevole su cui scaricare le proprie frustrazioni a causa della pochezza ideologica o morale. L’ebreo è stato il capro espiatorio per eccellenza. Oggi, sotto le vesti del sionista, la dinamica si ripete, tramutando chi capace di un pensiero diverso in agente straniero, traditore della patria. È il sintomo di un clima in cui una parte della sinistra ha normalizzato l’idea che l’ebreo sia potere occulto, lobby, nemico del popolo.

Karl Popper ci aveva messo in guardia contro il paradosso della tolleranza, dove una società che tollera gli intolleranti è destinata ad essere distrutta. Non possiamo permettere che, in nome della libertà di espressione, si legittimi la schedatura di esseri umani.

Oltre l’oscurità intellettuale di una sinistra progressista, eppure, in mezzo a questa pochezza d’animo e alla paura del diverso, c’è però una luce che non si spegne. È la luce di chi resiste, di chi continua a credere che le parole possano ancora costruire ponti. È la luce di Klaus Davi, che risponde all’odio con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta della storia. È la luce di ogni cittadino che, pur sapendo di essere in quella lista, continua a difendere i valori della democrazia.

Emmanuel Lévinas ci ha insegnato che l’etica nasce dal volto dell’altro, dalla sua vulnerabilità che ci interpella. Quando guardiamo una lista di nomi, non vediamo volti. Vediamo categorie, nemici, bersagli. Ma dietro ogni nome c’è una persona, una storia, una famiglia. Dietro ogni nome c’è l’umanità che ci accomuna.

La strada è lunga, e il buio a volte sembra prevalere, ma la memoria è più forte dell’oblio, la verità più forte della menzogna. E finché ci saranno uomini e donne disposti a dire “NO” all’odio, finché ci sarà chi avrà il coraggio di difendere l’altro dalla violenza delle parole, allora ci sarà speranza… finchè si avrà la forza di ascoltare voci che lanciano parole diverse dalle proprie.

Rileggiamo cosa scrisse il poeta Paul Celan, sopravvissuto ai campi di concentramento, in “è ancora un canto da cantare / al di là degli uomini”. Un canto di resistenza, di memoria, di speranza. Un canto che nessuna lista potrà mai zittire, perché appartiene a quella parte dell’anima umana che non può essere catalogata, schedata, ridotta a categoria.

E in questa consapevolezza, fragile eppure indistruttibile come la fiamma di una candela che sopporta il soffio di chi desidera il buio, risiede l’unica vera vittoria possibile contro l’odio: la scelta, ogni giorno rinnovata, di restare umani.

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