Nella suggestiva cornice della Sala del Carroccio della Protomoteca in Campidoglio a Roma, si è svolto un evento di straordinaria densità intellettuale per la presentazione della raccolta poetica di Maria Buongiorno, intitolata “Adagio cartesiano”.
L’incontro, moderato dal Maestro Diego De Nadai ed alla presenza del Consigliere Comunale di Roma Capitale Dott. Tommaso Amodeo, già Presidente della Commissione VIII Urbanistica, non è stato una semplice celebrazione letteraria ma un vero e proprio manifesto di resistenza interiore, nato dalla necessità dell’autrice di uscire da un silenzio profondo per iniziare finalmente ad abitare la propria voce, non come gesto di ribellione, ma come atto di consapevolezza. Questa poetica, che affonda le radici in un’esperienza temporale più che testuale, trova un riflesso immediato nella struttura stessa del libro, che Maria Buongiorno ha concepito mutuando i principi della “Suite Barocca”. Proprio come nelle composizioni di Bach, le poesie non seguono uno sviluppo narrativo lineare, ma emergono come una successione di movimenti e stati interiori, quadri autonomi eppure necessari all’insieme, dove ogni sezione possiede un carattere e una postura differente pur mantenendo una tensione invisibile comune.
L’autrice, definendosi un’architetta del suono, ha tracciato un parallelo affascinante tra la sua scrittura e l’architettura contemporanea di figure come Frank Gehry o Zaha Hadid. In questo spazio poetico, la parola smette di essere un semplice contenitore per diventare “matematica liquida”, un percorso di “attrito” e “attraversamento” che rifiuta le forme stabili e costringe il lettore a un rallentamento forzato, a una presa di posizione psicologica e percettiva. È una scrittura che, richiamando l’ultimo Scriabin, non cerca risoluzioni armoniche o verità rassicuranti, ma tiene in tensione l’animo, trasformando l’armonia in un campo energetico dove la parola non definisce, ma vibra. In questo contesto, il termine “Adagio” assume un significato filosofico profondo: non una lentezza decorativa, ma il tempo sospeso in cui il pensiero smette di correre e comincia finalmente ad ascoltare.
L’evento ha trovato un momento di analisi fondamentale nell’intervento della Professoressa Anna Marras, che ha esplorato la dimensione metodica di questa ricerca. Marras ha parlato di una “separazione” necessaria, in cui il corpo viene osservato quasi come un oggetto esterno per produrre chiarezza, descrivendo il movimento dell’opera come una “sospensione metodica” dove il dubbio non è caduta ma fondamento. Attraverso un processo di scomposizione volto alla comprensione, ciò che si frantuma viene lasciato andare senza rimpianti perché non necessario, permettendo al pensiero di permanere nell’atto stesso dell’esame. Questa ricerca di una “certezza minima” si sposa perfettamente con l’invito finale dell’opera: quello di non cercare di capire tutto immediatamente, ma di “restare”.
La serata ha visto la partecipazione della Soprano Arianna Morelli, la cui voce ha dato corpo alla fragilità espressiva del testo, e del Maestro e Compositore Francesco Traversi, con il quale l’autrice condivide l’istante in cui il suono non spiega ma espone.
“Adagio cartesiano” si conferma così non come una conquista formale, ma come una dedica a chi ha resistito e ha deciso di restare fedele a se stesso, accettando la dissonanza come condizione essenziale dell’essere. Il tutto impreziosito dall’apporto dell’artista Edith de Hody Dzieduszycka con le sue opere astratte che introducono ciascuna poesia di Maria Buongiorno celebrando il connubio del linguaggio stretto tra pittura e poesia. Gli spazi dell’astrattismo, infatti, si intersecano perfettamente con il lessico lirico della poetessa che si nutre del tempo, del movimento (ritmo) e del passaggio.
Mentre le luci della Sala della Protomoteca si attenuano e il brusio del Campidoglio torna a farsi sentire in lontananza, resta addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto simile a un rito di svelamento. In questo Adagio cartesiano, Maria Buongiorno non ci ha consegnato solo un libro, ma una parte di quel silenzio che ha saputo curare e trasformare in musica. Guardandola muoversi tra le sue parole, si percepisce quella forza coraggiosa che abita dietro una naturale mitezza, la stessa forza di chi ha imparato a ululare per trovare la propria strada e a perdonare le proprie radici aride per farle fiorire in versi.
Non si può restare indifferenti davanti alla sua capacità di rendere udibile il silenzio. C’è una gratitudine sottile nel vederla abitare la propria voce con tale onestà, accettando la dissonanza e la fragilità senza mai rinnegarle. Alla fine, ciò che rimane non è solo il ricordo di un evento istituzionale, ma il calore di una presenza che, come l’ultima poesia della sua raccolta, ha scelto semplicemente di restare. E in quel restare, senza chiedere permesso, ci siamo sentiti tutti un po’ meno soli, riconciliati con quella splendida e terribile fatica che è l’essere veri nel proprio tempo.

Maria Grazia Carnà è nata a Catanzaro e vive a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria, dopo gli studi superiori presso l’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato perfeziona la sua istruzione presso la facoltà di Farmacia di Pisa.
Lavora nel settore per cui ha studiato fin da subito, alternando i suoi impegni con volontariato e alcune passioni irrinunciabili.
Scrive per la testata online Incipit Sistema Comunicazione con il ruolo di capo redattrice senza mai specializzarsi su un tema preciso, ma cercando temi di interesse sociale e culturale. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Blu ionico”, con il quale si aggiudica vari riconoscimenti, tra i quali il Premio Internazionale Panorama Golden Book Award 2024, e il Concorso Biennale Internazionale “Percorsi letterari dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron”, grazie al quale è stato segnalato alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Le viene assegnata il Premio Reggio Calabria Day 2025 alla letteratura come riconoscimento del suo impegno artistico nella scrittura.



















