È morto a 81 anni Sebastião Salgado, uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. A darne l’annuncio è stata l’Accademia delle Belle Arti francese, di cui era membro dal 2016. “Grande testimone della condizione umana e dello stato del pianeta”, così lo aveva definito l’istituzione, ricordando la forza di uno sguardo che ha saputo raccontare il mondo attraverso il bianco e nero della verità.

Nato in Brasile, ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, l’8 febbraio 1944, Salgado aveva iniziato la sua carriera come economista prima di abbracciare, nel 1973, la fotografia come missione. Ma non quella che insegue l’attualità e la cronaca veloce. Salgado ha scelto il tempo lungo, la testimonianza paziente, le storie dimenticate. Con la macchina fotografica ha attraversato l’Africa, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Asia, documentando guerre, carestie, migrazioni e, soprattutto, l’umanità.

Salgado è stato autore di alcune delle immagini più iconiche della fotografia sociale e ambientale. Il suo stile inconfondibile, fatto di bianchi abbaglianti e neri profondissimi, composizioni classiche e luci scolpite, si è imposto come linguaggio universale.

Con il progetto La mano dell’uomo, durato sei anni e ambientato in 26 paesi, Salgado ha reso un tributo epico alla fatica e alla dignità del lavoro umano: minatori, pescatori, operai, contadini. Uomini e donne al centro della Storia, colti nella loro grandezza e fragilità.

Profondamente segnato dalle atrocità viste durante il genocidio in Ruanda, Salgado attraversò una crisi profonda. Tornato in Brasile, decise di avviare un’opera titanica di riforestazione nella tenuta di famiglia, che lo porterà a piantare oltre due milioni di alberi e a fondare l’Instituto Terra. Questa rinascita personale e ambientale sarà alla base di Genesi, un viaggio nei luoghi ancora puri del pianeta, tra ghiacciai, deserti, foreste e popolazioni indigene.

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